Politica corrotta e privato virtuoso? Mica tanto.

La proiezione italiana del  documentario di Bill Emmott, ex direttore dell’Economist,  “Girlfriend in a coma” è stata l’occasione per stucchevoli polemiche sull’opportunità che un’istituzione pubblica, nel caso in questione il MAXXI di Roma, promuovesse durante le concitate ultime settimane di campagna elettorale  un’opera fortemente critica della classe politica italiana. Meno dibattito è sorto sul contenuto dell’opera: interessante sotto tanti aspetti,  drammaticamente spassoso in molti passaggi su Berlusconi, il documentario propone un’analisi  fondo, che può essere riassunta così: “good talents, bad politics”. L’Italia è terra di grandi talenti imprenditoriali, tra i quali Bill Emmott annovera, senza andare troppo per il sottile, anche Sergio Marchionne, imbrigliati da una politica immorale e istituzioni mal funzionanti.

Non vogliamo negare l’esistenza di un grave problema di corruzione nelle istituzioni che negli anni del berlusconismo trionfante ha assunto caratteri sistemici, anche attraverso il sitematico indebolmento degli strumenti di controllo guidiziario. Ciò non giustifica però la contrapposizione fra il settore privato virtuoso e lo Stato “immorale”. Entro questa prospettiva, il declino italiano è solo il prodotto di un’amministrazione pervasiva ed inefficiente, di una spesa pubblica insostenibile e di un mercato del lavoro troppo rigido che, combinandosi fra loro, disincentivano gli investimenti e frenano la competitività. La terapia proposta a questo punto è uno Stato  guardiano dei conti (con la BCE guardiana dell’inflazione) che favorisca lo sprigionarsi delle energie imprenditoriali che, libere da “lacci e lacciuli” ed incanalate dal mercato, faranno  il bene comune. Ecco, per sommi capi, l’agenda Monti.

Crediamo che questa analisi sia il frutto di un’ideologia e clamorosamente priva di radici nella realtà economica del nostro Paese.

Il declino dell’Italia non ha le sue origini in un eccesso di spesa sociale, né in  una sanità insostenibile, o in  un welfare eccessivamente generoso: non solo va ricordato che il nostro Paese manca di una tutela universale del reddito, ma soffermandoci sul confronto con le altre nazioni europee, a fronte di una spesa analoga alla media UE27, che quindi comprende anche i ben piú poveri stat i dell’Est, tutte le voci di protezione sociale vedono l’Italia sotto la media europea ad esclusione della spesa pensionistica, che risente della composizione anagrafica della nostra popolazione.

La crisi del debito non sta punendo Stati “con le mani bucate” (solo la Grecia potrebbe ricadere in questa categoria, e, comunque, le “ricette” stanno dando prova non solo della loro inefficacia, ma anche della loro dannosità), come è evidente nel caso spagnolo, dove, allo scoppiare della crisi, il debito era basso e vi era un surplus di bilancio: lì il problema è stata la bolla immobiliare, non il debito pubblico. Un “market failure”, non un fallimento del governo. In Italia abbiamo avuto un problema di eccesso di debito pubblico, a cui è stato posto un freno con l’ingresso in Europa e con l’inversione di rotta della metà degli anni ’90, quando il rapporto debito-PIL ha iniziato a scendere (il calo tendenziale del rapporto debito-Pil inizia nel 1994 e continua fino al 2008). Questo non vuol dire che in assoluto non si debba tenere sotto controllo il debito pubblico, ma certamente adottare questo come faro delle politiche in un momento di recessione è una politica tutt’altro che ragionevole (di questo abbiamo già scritto qui).

Le origini del declino italiano vanno ricercate nel comportamento di una parte consistente del settore produttivo privato che non ha  investito, innovato, e valorizzato la formazione dei propri dipendenti.  L’inizio di questo processo può essere rintracciato  verso la metà degli anni ’90, ben prima dello scoppio della Grande Crisi, quando inizia un forte declino della produttività. Sottolineiamo che ciò non può essere imputato alla rigidità del mercato del lavoro: proprio in quegli anni prendono avvio le riforme che hanno aumentato la flessibilità del mercato del lavoro in modo consistente, traducendosi in un aumento della quota profitti del Pil a danno della quota di redditi da lavoro.

Ma questi profitti non sono stati reinvestiti e la produttività ha iniziato a scendere. La riduzione è stata ancora più drastica dopo la fissazione della parità dei tassi di cambio dell’Eurozona  (1998); tra il 1993 e il 2010, il rapporto tra il valore aggiunto e il valore totale della produzione è sceso dal 27 al 17% e il numero medio di anni di utilizzo dei macchinari è balzato da 10 a 17 (si veda qui). Le imprese hanno iniziato a “spremere” i loro macchinari senza investire ulteriormente e a vivere riducendo i costi grazie a un mercato del lavoro sempre più precario, cercando posizioni di rendita sul mercato finanziario o immobiliare.

Chiaramente questo non è un problema solo del settore privato, ma è anche il risultato di una politica che ha drasticamente ridotto i tentativi di orientare l’attività economica e di fornire incentivi all’investimento, in particolare all’investimento in innovazione e ad investimenti creatori di occupazione non precaria. E questo perché? Per la convinzione che non servisse una politica industriale pubblica perché i mercati finanziari avrebbero fatto da sé, allocando il risparmio nei progetti di investimento più efficienti. Chiaramente non è stato così.

Va rilevato come questo sia stato anche un dogma, almeno nei proclami, del pensiero berlusconiano, e che proprio dal mondo imprenditoriale, oggi così critico nei suoi confronti,  non si siano levate, salvo rare eccezioni, proteste rispetto alla mancanza di una politica industriale nazionale.

A maggior ragione oggi, dopo la crisi iniziata nel 2008, sembra incredibile il consenso di cui gode ancora  una visione secondo la quale si debba ridurre lo spazio del pubblico, del welfare, della politica industriale: la narrazione prevalente della crisi in una larga porzione della politica italiana è quella di un fallimento del pubblico: non siamo forse vittima di un artificio retorico per occultare che, al contrario, servirebbe più  Stato per regolare i mercati che hanno dato prova di non regolarsi da soli? E che, oggi più che mai, servano maggiori investimenti diretti pubblici per rilanciare anche gli investimenti privati?

Ci aspettiamo dal centrosinistra, anche in questro campo, una forte discontinuità rispetto all’esecutivo uscente e alla formazione politica del premier. Perché ciò avvenga è necessario riconoscere e smascherare l’altro artificio retorico che troppo spesso vediamo messo in atto:  l’accusa di populismo nei confronti dei partiti che sostengono la necessità di politiche fiscali di ispirazione keynesiana, di una sera lotta alle disuguaglianze, di una politica industriale. Riteniamo  che proposte di questo genere siano invece più seriamente ancorate ai bisogni delle persone e ad un’analisi accurata dell’economia italiana, oltre a rappresentare una scelta più solidamente europeista rispetto al cieco affidarsi a politiche restrittive.

(Marco Gozzelino e Cecilia Navarra)

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