Sesso a pagamento e identità maschile postmoderna

uominichepaganoUn viaggio nel mondo del sesso a pagamento, interrogando soprattutto la figura del cliente, senza pregiudizi ma con la volontà di capire i mutamenti della mascolinità. Uomini che pagano le donne. Dalla strada al web, i clienti nel mercato del sesso contemporaneo (Ediesse, 2013) di Giorgia Serughetti parte dalla constatazione di come questa figura, per anni misconosciuta, oggi sia diventata il focus del discorso sulla prostituzione. L’analisi muove infatti dalla legislazione  svedese del 1999, che ha fatto diventare reato l’acquisto di servizi sessuali per poi percorrere a ritroso il dibattito sulla prostituzione, offrendo una panoramica delle interpretazioni femministe distinte tra quelle che leggono la prostituzione come espressione della dominazione patriarcale, quelle che analizzano la soggettività e la dimensione della scelta e quelle che intendono la prostituzione come un lavoro.

Questa introduzione alla letteratura sulla prostituzione mostra lo spostamento di sguardo avvenuto sul finire degli anni 80 dalle prostitute ai clienti. Del resto il dato degli uomini coinvolti nel consumo di sesso a pagamento, che oscilla tra il 10 e il 40% della popolazione maschile, ne fa una delle forme possibili della mascolinità e disegna il cliente come un “uomo qualunque”. Il testo ci offre anche in questo caso una ricca panoramica, dalle prima inchieste – fra tutte quella del 1981 di Maria Rosa Cutrufelli, che firma anche l’introduzione al libro – a quelle più recenti che  vedono il cliente come maschio fragile in cerca di rivalsa o in continuità con una storia patriarcale.

Serughetti, che attinge anche alle riflessioni degli uomini sulla mascolinità, ci propone di andare oltre, analizzando il mutamento dell’identità maschile non solo nella relazione di genere, ma anche in rapporto alla condizione post-moderna. La figura dell’uomo che paga per servizi sessuali offre una chiave di comprensione della mascolinità contemporanea, situata all’incrocio di processi di resistenza, crisi e cambiamento. L’autrice ha come punto di riferimento essenziale Foucault e la sua sessualità de-naturalizzata. A spiegare l’esistenza della prostituzione nonostante il mutamento dei costumi sessuali e la problematizzazione della vecchia divisione donne perbene donne permale e della rigida separazione tra sfera privata e sfera pubblica non bastano le teorie della crisi e dello spaesamento maschile di fronte alla libertà femminile. Non va sottovalutato il ruolo del denaro nella relazione tra prostituta e cliente, soprattutto alla luce delle interferenze postmoderne tra sfera economica e intimità (Bauman). La relazione tra i generi che è in gioco nella prostituzione chiama in causa i nuovi significati della sessualità nell’economia tardo capitalistica.

Socialmente siamo in presenza di un doppio movimento, da un lato la patologizzazione e la criminalizzazione della domanda di sesso a pagamento, dall’altro un mercato che esalta sempre più il consumo sessuale. Non è un caso che le politiche sulla sicurezza colpiscano in modo classista la prostituzione, provocando un movimento che dalla strada porta a una privatizzazione della scambio mercenario, sul web e indoor. Tamar Pitch (Contro il decoro, Laterza, 2013) ha mostrato come la diseguaglianza all’opera negli interventi sulla prostituzione sia la cifra delle politiche di controllo e disciplinamento di questi anni, da quelli sugli ultrà a quelli sull’immigrazione. Nella privatizzazione si compie dunque un percorso inverso a quello della città-paesaggio attraversata dal flaneur di Benjamin , il cui femminile è appunto la prostituta, la donna della scena pubblica. Secondo Serughetti “senza disconoscere in alcun modo le forme oppressive che può assumere questa relazione, è necessario considerare il valore che la prostituta produce con il proprio lavoro, che è ciò per cui più propriamente paga il cliente: un surplus emozionale e simbolico, in cui convergono rappresentazioni di potenza sessuale, immaginari di prestigio, fantasie di complicità e reciprocità”. Un surplus che interroga radicalmente, appunto, proprio la mascolinità post-moderna.

Cecilia D’Elia

(pubblicato ne il manifesto 28/3/2013)

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