La grande glaciazione

la grande glaciazioneSi corona così, con la rielezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica, il capolavoro politico di Silvio Berlusconi. Interprete onomatopeico del trentennio neo-liberista italiano, Berlusconi stava per essere travolto dalla fine di un lungo ciclo politico e culturale, economico e sociale, inaugurato dalla non compianta signora Thatcher e finito negli scogli della Lehman Brothers. Non dai fantomatici mercati, ma da una poderosa crisi di consenso, Berlusconi è stato costretto a lasciare Palazzo Chigi neanche due anni fa. Una sinistra moderatamente riformista, in sintonia con gli Usa di Barack Obama e con rinnovate forze della sinistra europea avrebbe potuto chiudere politicamente quel lungo ciclo e contribuire a una riqualificazione e a un riposizionamento dell’Europa sulla scena globale.

Sembrava averlo capito Pierluigi Bersani, quando per il rotto della cuffia salì a bordo della scialuppa referendaria che – in nome dell’acqua bene primario – stava sdoganando dal novero delle parole impronunciabili ciò che è pubblico, ciò che è comune, ciò che è tutti. Una contro-rivoluzione ideologica. Poi però una cultura politica minoritaria, e per ciò subalterna, radicata profondamente a sinistra ci ha riportato tra le secche del pensiero unico dell’austerità e del rigore: il governo Monti non era il pur necessario passaggio per un cambio di regime, come qui si pensava, ma diventava rapidamente l’archetipo di una nuova politica senza più né destra né sinistra, senza più alternative alla sapienza dei tecnici. Ne è seguito un governicchio senza idee e senza visione che dopo qualche mese di sfracelli ha vivacchiato senza più dare cenni di esistenza in vita. Fino a quando Silvio Berlusconi, l’unico politico di razza tra i sedicenti leaders italiani, ha rovesciato il tavolo, prendendo le distanze da quella morta gora, attribuendole tutte le responsabilità della crisi italiana e liberandosene come per miracolo.

Ancora una volta, Pierluigi Bersani sembrava aver capito qualcosa, in modo particolare quando ha scelto – per la prima volta dal 1994 nella storia dei democratici italiani – di allearsi a sinistra, con Sinistra Ecologia Libertà, invece che al centro, con Monti, Casini e la loro Scelta civica. Sembrava, ma le bandiere della nuova alleanza furono rapidamente riposte nei cassetti, all’indomani delle primarie per la leadership: qualche stratega del fallimento avrà ritenuto che il Pd avrebbe vinto meglio senza schierarsi, anzi, coltivando l’ambiguità tra un’alleanza elettorale a sinistra e una promessa di governo al centro. Il risultato s’è visto il 25 febbraio, quando Berlusconi s’è ripreso il suo voto più becero e ideologico e Grillo ha mietuto consensi nella sofferenza sociale e generazionale del Paese: l’uno e l’altro scagliandosi contro il pensiero unico dell’austerità e del rigore rappresentato da Monti, dal suo governo e da chi gli prometteva un altro giro di giostra con quella curiosa teoria del 49 e del 51%, per cui è meglio non vincere che far valere le proprie opinioni.

Quando il giochino s’è rotto, e Monti si è rivelato ininfluente a fare il governo desiderato dal Pd (centro, centro-sinistra, sinistra), è sembrato di nuovo che Bersani avesse capito: le larghe intese erano e sono una trappola per una sinistra moderatamente riformista che, nell’attuale congiuntura nazionale e internazionale, voglia cambiare qualcosa del vecchio quadro liberista con i privati (e i ricchi) e rigorista con il pubblico (e i poveri). Seppur tardivamente, ci ha provato a fare un “governo di cambiamento”, ma senza la forza parlamentare necessaria e con mille resistenze.

Inevitabilmente la partita si è spostata sul Quirinale, e non poteva che essere una partita politica, tra chi voleva il cambiamento e chi si teneva stretto il pensiero unico. Improvvisamente, dopo mille stupidi nyet, Grillo – forse logorato dalla testarda pervicacia con cui Bersani aveva inseguito il governo del cambiamento – cambia gioco e apre una speranza, sfogliando la margherita delle quirinarie fino a un petalo credibile e condivisibile, quello di Stefano Rodotà. E Bersani che fa? Mette la testa sotto la sabbia e propone un candidato per la continuità, le larghe intese, il pensiero unico. Metà dei grandi elettori del Pd, comprensibilmente, rifiuta un simile cambio di rotta e, con franchezza, scommette ancora sul cambiamento. Preso lo schiaffo, Bersani torna sui suoi passi: il candidato è Prodi, nemico giurato delle larghe intese e, a modo suo, del pensiero unico. Ma il partito è ormai balcanizzato, diviso sulle scelte politiche fondamentali e dalle ambizioni personali. Cade anche Prodi. Si conclude la parabola politica di Bersani.

Ed ecco il capolavoro di Berlusconi: il Pd si salva solo se in nome dell’unità nazionale si appella al vecchio Presidente; il Pd si salva solo se dà il via alle larghe intese. Non è un mistero per nessuno che questo è quanto voleva l’inquilino del Quirinale, che così accetta una proroga al contratto, giusto per prolungare di qualche anno lo stallo politico inaugurato dal governo Monti e con il rischio di riconsegnare mani e piedi il Paese a una destra ignobile e arruffona. In Parlamento inizia la grande glaciazione. Se un’altra sinistra è possibile, non resta che mettersi all’opera.

9 commenti

Archiviato in Uncategorized

9 risposte a “La grande glaciazione

  1. Lorenzo Fanoli

    Forse politicamente siamo molto vicini a una situazione similgreca da una parte dentro tutti e all’opposizione un’arcipelago di movimenti….solo che qui c’e’ M5S al posto di syryza…non c’e’ da stare tranquilli e ci si dve davvero mettere all’opera…

  2. articolo molto bello, solo non ho capito: in che senso “interprete onomatopeico”? (prime righe)

    • stefanoanast

      Grazie della segnalazione, Giulio: effettivamente si tratta di un errore; avremmo dovuto scrivere “onomastico” (nel senso che Berlusconi ha dato il suo nome al trentennio neo-liberista italiano, di cui è stato massimo interprete)

  3. savina

    più che onomatopeico, sineddotico

  4. attilio scarpellini

    Non è il capolavoro di Berlusconi, è il capolavoro di Beppe Grillo che sulla distruzione del Pd ha puntato tutto, anche a costo di rilanciare Berlusconi. La stessa scelta di Rodotà non era interlocutoria, era distruttiva, una bomba a grappolo piazzata in un partito dall’anima dilaniata che, infatti, non ha retto. Ora chi vuole ragioni pure con il totalitarismo soffice di Casaleggio, Grillo e Lombardi e con le litote che disseminano sul loro cammino glorioso (verso cosa? ma verso quello che negano di volere, ovviamente: il potere, poiché non c’è altro nei loro discorsi, altro che “noi” e “loro”, come sempre). Io personalmente non ci ragionerò. Si può tranquillamente vivere senza essere rappresentati, la vita è più ampia della politica. La vita, come diceva uno scrittore inascoltato, è altrove.

  5. Fabio Grossi

    Sciogliere un giudizio, un parere, che assecondi la situazione che s’è delineata nelle ultime ore, s’ha di fantapolitica, ma della più becera, senza neanche il serto del best seller. Un’occulta regia di marcescente puteolenza, ha annaspato tra le trame d’un cencio logoro rifiutato persino dalla Caritas. La volontà d’una rigenerazione s’è inabissata all’atto del concepimento. Si celebra oggi un successo del “Cavaliere Mascarato”, ma non è completamente farina del suo sacco. Per considerare tutto questo, basta ritornare alle lacrime di Occhetto sui banchi del congresso dopo la trasformazione del Pci in Pds nel 1991. Da lì si caracolla fino ad oggi …. Ogni soggetto nasce e muore, sempre all’ombra di un fatidico MacchiaNera: concusso, complice, concorde … neanche all’apertura dell’archivio segreto del presidente Andreotti troveremo una risposta esaustiva, tanto è stata ordita con maligna astuzia e perizia, l’operazione. Lenta e costante è l’erosione della goccia sulla pietra … lento ed implacabile è il buco che passa la sostanza. Un buco nero che solca preciso tra schizzi di salsedine … e Noi oggi ci ritroviamo a leccarci le ferite, chiedendoci: ma quando ce le han fatte … chi ce le ha fatte?… Questo mio libero pensiero voglio chiuderlo con un ricordo … Achille Occhetto, sconfitto da Berlusconi, nel 1994 dimettendosi dalla guida del partito, disse: «Me lo ha chiesto un deputato di Gallipoli» .

    Fabio Grossi
    21/04/2013

  6. gioacchino de chirico

    non è solo per stima e affetto nei suo confronti che mi sento di condividere quello che ha scritto Attilio. Da parte mia proprio la voglia di volgere lo sguardo altrove è molto forte e, trovo, molto giustificata. Non c’è un solo membro della classe dirigente del PD che attualmente non veda con diffidenza e con un briciolo di rabbia. Si percepisce un contesto di una gravità talmente grande che è paragonabile solo alle tristi vicende del caso Moro. Riaffiorano le percezioni di allora di una sinistra incapace di interpretare, rappresentare e dar voce ai cambiamenti. Ora non so se augurarmi lo scioglimento del PD, con il vantaggio di azzerare un gruppo dirigente assolutamente incapace di qualsiasi forma di relazione con il paese, oppure la sua spaccatura con il rischio di trovarmi accanto “pezzi” di una formazione politica che potrebbe trasferire i suoi vizi anche in altri contesti politici. Mi viene in mente il discorso di Fassina che perora con enfasi la causa di Marini presidente (Marini, dico, M-A-R-I-N-I).
    ma proprio per queste forti analogie tenterò una strada diversa: molti anni fa scelsi l’altrove che dice Attilio, oggi vorrei provare a seguire le tracce di qualche flebile luce che si accende. Avvicinarmi e vedere bene qual è la porzione di mondo che illumina. Anche perché allora il palazzo della sinistra chiuse i suoi portoni e lasciò crescere al suo interno il personale politico che oggi occupa ruoli importanti con i risultati che vediamo. Oggi il palazzo è crollato sotto i colpi di chi lo abitava e sul suo sito si potrebbe iniziare a coltivare una nuova vegetazione, rendere l’ambiente vivibile e provare a costruire…..

  7. massimo wertmuller

    e intanto la gente si uccide perchè non sa più come sopravvivere…che pena,che vergogna.difatti credo che vada rifondato proprio tutto.ma una cosa che mi dispiace è che si sacrifichino sull’altare dei rinnovamenti, dietro l’ingiusta opinione che siano “roba vecchia”,i riferimenti politici di sempre.mia umile opinione personale è che si può e secondo me si deve ancora poter parlare di “idee politiche”,se sane e logiche,e quindi ancora seguibili e realizzabili.io,per es.,penso che l’idea socialista sia ancora un’idea praticabile e la più nobile tra le tante partorite dall’uomo per gestire una società.mi piace scorgere tra le parole di Nichi questa intenzione:costruire una grande area di sinistra democratica che guardi al socialismo europeo,una grande coalizione da far nascere ,forse,sulle macerie del disgregamento che stiamo vivendo.questo poi,a fronte del fatto che a destra si ha molto chiaro questo concetto.perchè, certo,anche la destra deve ritrovare la qualità della politica,ma lì si difende con più forza il senso di appartenenza ad un gruppo o ad un’idea,anche se superata dai fatti,oppure,peggio,se addirittura nega o ignora la nostra Storia…

  8. Pingback: Il governo Renzi non cambia verso. | Italia2013

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...