Il governo politico del Presidente

Napolitano Letta

In un imprevedibile scenario di stampo americano, con colpi di pistola sparati in piazza, davanti a Palazzo Chigi, il Governo Letta muove i suoi primi passi. Stampa e social network si affannano a presentare e criticare (positivamente o negativamente) il neonato governo a partire dai suoi componenti, dalla loro storia, dai loro meriti e dai loro limiti. Come se l’azione politica di un governo potesse essere determinato da questo o da quella, senza che il quadro entro cui i singoli si troveranno a operare ne segni la capacità di azione. E’ l’ultimo gioco di società di un dibattito politico ridotto a gossip. Per quel che ci interessa, possiamo limitarci a registrare che si tratta di un governo qualificato: ci sono competenze tecniche ed esperienze politiche di sicuro valore che i suoi avversari non possono sottovalutare.

Il fatto più rilevante, però, è la natura politica del governo, data non solo dalla composizione delle delegazioni ministeriali (entrambi i principali partiti che ne fanno parte vi sono rappresentati con i “numeri 2” della gerarchia interna), ma dall’ambizione del mandato: non ci sono scadenze, agende o vincoli per un governo che vorrebbe e potrebbe governare per l’intera legislatura.

Del resto, il Deus ex machina della crisi italiana, comparendo in sala stampa insieme al neo-premier, lo ha affermato esplicitamente: il governo è politico ed è quel che si doveva fare. Nel novembre del 2011, quando incaricò Mario Monti di formare il governo tecnico, Napolitano motivò la sua scelta con la crisi economico-finanziaria e indicò anche i termini dell’azione di governo, individuando una possibile data di scadenza per la sua azione. Oggi non è così.

Ovviamente qualsiasi governo che coinvolga parti avverse di un sistema politico concepito ancora come bipolare non può che motivare la sua esistenza in nome dell’emergenza. Anche se viene già tirato in causa per chiedere sostegno al Governo (e tacciare di irresponsabilità gli oppositori), lasciamo da parte l’ultimo accidente, il gesto disperato di un uomo scosso dalla crisi e dalle avversità, e fermiamoci alle più meditate retoriche elaborate nel 2011 e in queste settimane. Nel 2011 c’era una emergenza esogena, la crisi economico-finanziaria, lo spread nel valore dei titoli di stato italiani raffrontati a quelli tedeschi, ecc.. Oggi, viceversa, l’emergenza è endogena, dovuta al collasso del sistema politico che ha retto la seconda repubblica e che mai come in questa circostanza non ha saputo mantenere la sua pretenziosa promessa di dare un governo al Paese già con il voto dei cittadini. Da qui l’attenzione programmatica alla riforma elettorale, o alle riforme istituzionali. Come se un escamotage tecnico-giuridico potesse ovviare alla frantumazione dell’elettorato italiano in quattro parti, tra destra, sinistra, protesta e non voto.

E’ questo il mandato politico affidato dal Presidente della Repubblica al suo primo ministro: portare il sistema politico italiano dallo sgangherato bipolarismo della seconda repubblica al possibile neo-centrismo della terza. In fondo, ciò che tiene insieme il vecchio comunista che siede al Quirinale e il giovane democristiano che si insedia a Palazzo Chigi è una concezione olistica della politica, l’idea che ci sia un bene comune (uno e uno solo) e che esso vada perseguito con il contributo dei migliori e di tutti gli uomini e le donne di buona volontà. La Democrazia cristiana, con alle spalle la storia millenaria della Chiesa cattolica, questo ha sempre pensato, tenendo insieme destra e sinistra, padroni, operai, contadini e pubblico impiego. Non diversamente, il Pci – dopo la sconfitta del 1948 e durante la divisione del mondo in blocchi contrapposti – non ha mai pensato possibile un’alternativa di governo e ha determinato la politica nazionale attraverso l’influenza o la collaborazione con il partito-Stato democristiano. E, d’altro canto, nella tradizione comunista, la “futura umanità” è in una società senza classi, finalmente a-conflittuale. Non solo l’anomalia di Berlusconi, ma anche queste robuste tradizioni politiche hanno reso sgangherato il bipolarismo italiano. Anzi, diciamo meglio: l’anomalia di Berlusconi ha giustificato il bipolarismo in un establishment che mai si sarebbe diviso in parti contrapposte, essendo educato a tessere e mettere insieme, piuttosto che a dividersi e a scegliere.

Se il governo regge, dunque, si va verso la riproposizione della normale anomalia italiana, di un sistema politico che non concorre al centro, ma vi ruota intorno, nel migliore dei casi applicando la teoria andreottiana dei due forni in cui cuocere il pane, a seconda della forza relativa delle appendici di destra e di sinistra. Se il governo regge. Viceversa il governo potrebbe non reggere. E non semplicemente per i suoi dissidi interni (che pure, passata la luna di miele, verranno). Potrebbe non reggere perché questa antica concezione olistica della politica potrebbe non essere all’altezza delle necessità, non endogene, ma esogene. Il problema dell’Italia non è un sistema politico frantumato, ma una crisi economica che va ben oltre lo spread agitato per rimuovere Berlusconi da Palazzo Chigi. I governi olistici, quello tecnico di Monti, quello politico di Letta, per definizione non ammettono alternative: buon senso, rigore, tagli agli sprechi, liberalizzazioni e carità sociale. Un po’ più di questo, un po’ meno di quello, oltre non si può andare. Viceversa, dalla crisi del 2008 si esce o di qua o di là, con la riscoperta del ruolo della politica nell’economia o con la sua compiuta e definitiva liberalizzazione e globalizzazione, che consenta ai capitali di concorrere nei mercati emergenti senza obblighi in quelli di origine (Fiat docet). Nella crisi la politica si riscopre conflittuale e il governo Letta potrebbe essere nato più vecchio di quanto l’anagrafe del primo ministro non dica.

7 commenti

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7 risposte a “Il governo politico del Presidente

  1. Barkokeba

    Fin qui ho capito. L’emergenza è un ricatto, ecc. ecc. Sarei anche d’accordo. L’alternativa mi sfugge

  2. Barkokeba

    L’importante sarebbe fare politica, si potrebbe costringere Berlusconi a non fare il paravento. Ma nel fare tutto ciò vedo un rischio: è difficile, si può sbagliare. Certo è che Berlusconi ha fatto fare a tutti una parte in commedia E per SEL è prevista la opposizione sdegnata (le ottime ragioni sono nel copione), mentre grillo tiene surgelati i suoi 8 milioni di voti… Questo non è combattere. E’ Hollywood

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