Potenzialità e limiti delle unioni civili alla tedesca

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Lo faccia per convinzione o per opportunismo, al segretario del Pd Matteo Renzi va riconosciuto il merito di aver posto nuovamente al centro del dibattito politico i diritti di gay e lesbiche. La proposta su cui si discuterà e, a quanto pare, si voterà in Parlamento a prescindere dalle logiche di schieramento, è l’introduzione delle unioni civili alla tedesca. La parola con cui dovremo familiarizzare è Lebenspartnerschaft, nome ufficiale con cui la Repubblica federale riconosce le convivenze fra persone dello stesso sesso.

Se alle dichiarazioni seguiranno i fatti, non si potrà che essere soddisfatti: qualunque (vero) passo in avanti su questo terreno sarà sempre meglio dell’attuale osceno silenzio legislativo in materia. Detto ciò, occorre per onestà intellettuale andare a vedere più da vicino la storia delle unioni civili tedesche, in modo da capire meglio di che cosa si stia davvero parlando. Quando sono in gioco i diritti delle persone non sono ammessi i trucchi.

La norma tedesca risale al 2001: governavano socialdemocratici e verdi, ma la Camera delle regioni (Bundesrat) era controllata dai conservatori, contrari a ogni innovazione. L’ambiziosa proposta iniziale avrebbe dovuto essere votata da entrambi i rami del parlamento, e quindi fu necessario «spacchettare» il provvedimento per consentirne l’approvazione solo nel Bundestag a maggioranza progressista. Vennero sacrificate, così, molte parti e la legge nacque monca, come riconobbero da subito gli stessi che la votarono.

Da quel momento si sono susseguite numerose modifiche, tutte volte a cancellare le discriminazioni fra etero e omosessuali che ancora permanevano. A volte su iniziativa del legislatore, più spesso grazie all’intervento dell’attivissima Corte costituzionale. Ora restano praticamente solo due differenze di trattamento: la prima riguarda il nome («Lebenspartnerschaft» e non «Ehe», matrimonio), la seconda il diritto di adozione. La Germania è quindi un passo indietro rispetto a Paesi come Spagna e Francia, dove c’è il matrimonio egualitario.

Si potrebbe pensare che alla maggioranza dei tedeschi vada bene così, ma la realtà – per fortuna – è un’altra: i sondaggi mostrano come il 75% sia d’accordo con una completa parità di trattamento, senza eccezione alcuna. Anche dai rapporti di forza fra i partiti si trae la stessa conclusione: la somma di quanti sono favorevoli all’equiparazione ammonta al 49,7% contro il 41,5% della Cdu/Csu.

A fare resistenza sono infatti soltanto i democristiani di Angela Merkel, che nel corso degli anni si sono convinti dell’ineluttabilità dei cambiamenti, ma che ancora non trovano il coraggio di accettare il diritto di adozione. In una campagna elettorale perfetta, l’unico scivolone della cancelliera fu proprio su quel tema: a domanda specifica, non seppe addurre nessun argomento a sostegno delle sue riserve verso paternità e maternità adottive degli omosessuali. Perché, in effetti, argomenti seri non ce ne sono.

È bene che sia chiaro, quindi, che se il Pd sostiene l’attuale modello tedesco delle unioni civili, ciò significa due cose. Primo, che sta promuovendo ciò che, contro l’opinione dei cittadini, in Germania è difeso da Merkel e non dai socialdemocratici della Spd, compagni di Renzi nel Pse, che sono per la piena eguaglianza. Secondo, che vuole introdurre in Italia una norma che, stando alle previsioni di molti osservatori, sarà presto corretta dai giudici costituzionali tedeschi per il suo carattere discriminatorio nei confronti di gay e lesbiche a cui è impedito adottare figli.

Jacopo Rosatelli

(pubblicato su il manifesto 4/1/2014)

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