A, B, C: il piano inclinato delle riforme istituzionali

renzi-auguri--180x140Ed ecco, complici le imminenti elezioni europee, che si affaccia la pausa di riflessione. Bene. Se finanche la Costituzione la prevede formalmente nel suo procedimento di revisione, sarà bene indulgervi ogni volta che sia necessario, anche quando non sia costituzionalmente obbligata. Una pausa di riflessione servirà a chiarirsi le idee, prima di districare la matassa istituzionale in cui Renzi ha voluto imbrigliare la sua premiership.
Ha ragione Roberto Bobo Giachetti, lanciere riformista del Presidente del Consiglio: il problema è l’Italicum, non il Senato. Con l’Italicum Renzi e Berlusconi hanno voluto emendare e razionalizzare il Porcellum, trasformandolo sostanzialmente in un sistema di investitura diretta del premier, vecchio progetto di Berlusconi, nuovo progetto di Renzi. Ma non c’è sistema istituzionale al mondo con un minimo di requisiti democratici (pesi e contrappesi, come si dice) che elegge insieme e conformi governo e assemblea legislativa. Sarà pure che così si eleggono i sindaci, ma non tutte le istituzioni hanno gli stessi poteri e necessitano della stessa investitura.

Un premier forte deve avere di fronte a sé un sistema di rappresentanza altrettanto forte, non certo un’assemblea di cui il partito di maggioranza molto relativa (tra i votanti e, ancor di più, tra gli aventi diritto al voto) potrebbe averne una maggioranza assoluta dei componenti prescritta per legge e, per di più, selezionata fidelisticamente attraverso la nomina del leader. Se la Camera (per come è congegnato l’Italicum) gli sarà prona nell’attuazione del programma di governo, altrove andranno previsti i contrappesi perché il rapporto fiduciario tra Camera e Governo non si mangi le istituzioni. Questa è la semplice verità della proposta Chiti, condivisibile da qualsiasi liberale di media cultura istituzionale.
Altro discorso avrebbe potuto farsi con un sistema elettorale proporzionale, pienamente rappresentativo (come era quello degli anni 80, quando Stefano Rodotà, tra gli altri, proponeva l’abolizione del Senato) o con una soglia di sbarramento al 4-5% (come è in Germania). Altro discorso avrebbe potuto farsi con un sistema bipolarista, ma fondato su collegi uninominali (come era nella proposta dell’Ulivo) che non assegnano automaticamente una maggioranza nazionale (del resto non lo fanno più neanche in Gran Bretagna, dove sono una tradizione plurisecolare). Altri discorsi avrebbero potuto farsi. Renzi, invece, è voluto partire da sé, pensando di poter trasformare la Camera dei deputati nella Sala dei Dugento di Palazzo Vecchio e di diventare il Sindaco di tutti gli italiani. Una semplice idea, comunicativamente efficace, ma istituzionalmente strampalata.
Già si preannuncia, ora, un piano B, balzano come il primo (Italicum anche al Senato? E il vincolo costituzionale a un sistema elettorale del Senato su base regionale? Che facciamo, ridiamo i premi di maggioranza in ogni singola regione? Torniamo punto e daccapo al Porcellum?). Non sarebbe più semplice per il Presidente del Consiglio riconoscere la fondatezza della proposta Chiti, intascare l’Italicum per la Camera e superare il bicameralismo perfetto in un corretto quadro di garanzie istituzionali? Ma forse Renzi ha solo obbiettivi semestrali, come un precario qualsiasi, in attesa delle urne, a ottobre o nella prossima primavera, magari da raggiungere con il piano C, la legge proporzionale uscita dalla sentenza della Corte costituzionale, per esempio: in fondo, se le europee daranno al Pd il 35% dei consensi, il nuovo premier dopo eventuali elezioni politiche sarebbe ancora lui, con una maggioranza un po’ di destra e un po’ di sinistra, come quella attuale, ma con una legittimazione popolare che ancora gli manca, gruppi parlamentari più fidati, Alfano e Berlusconi ridimensionati, un presidente della Repubblica da eleggere, ecc. ecc..

Stefano Anastasia

5 commenti

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5 risposte a “A, B, C: il piano inclinato delle riforme istituzionali

  1. Andrea

    Caro Stefano, Renzi non deve stare simpatico per forza, ne tantomeno bisogna essere d’accordo con lui. Ma se si vuole combinare qualcosa bisogna focalizzarsi più sul come che non sui difetti personal-politici.
    E allora metterei molto più in evidenza il fatto che, stando così le cose, la riforma Chiti risolve i problemi (anche) di Renzi. Ma qualche paletto va messo. Di buon senso. Come fai a proporre una camera legislativa che non rappresenta e una camera non legislativa con il proporzionale che fotograferebbe il “vero sentire degli elettori”?

    Il sistema proporzionale non è “pienamente rappresentativo” del popolo. Il proporzionale e “pienamente rappresentativo” delle associazioni politiche capaci di presentare liste. Che poi tali associazioni rappresentino il sentire e il volere degli elettori è da dimostrare. Se no, la prima Repubblica non sarebbe stata così debole da cadere sotto i colpi dei magistrati. Se no, gli italiani non diserterebbero in maniera crescente le urne.

    I sistemi uninominali non sono un surrogato, un utile compromesso tra rappresentatività e governabilità. Sono un modo diverso di rappresentare gli elettori. Più aperto. Il Senato potrebbe essere elettivo – il punto la proposta Chiti lo coglie – ma potrebbe essere eletto dividendo le regioni in grandi collegi uninominali. Verrebbero fuori una sorta di “probiviri” a rappresentanza dei territori. Se li pagherebbero le regioni (spesa aggiuntiva veramente bassa). Non metterebbero in discussione la maggioranza eletta nella camera legislativa. Non ci sarebbero coabitazioni.

    Per fare tutte queste cose c’è bisogno di mettersi d’accordo e di avere forza politica (oltre che autorevolezza) per condurre il gioco complicato delle riforme. Concentriamoci, quindi, sul fattibile e non demonizziamo gli altri nel proprio campo.

    L’idea del sindaco d’Italia non la reggo. Ma quando la si proponeva al lingotto, tanta sinistra dei valori non si stracciava le vesti.

    • Andrea

      Su questo tema della rappresentatività del proporzionale, avevo scritto questo http://www.gazebos.it/2012/10/24/uninominale-la-nuova-rappresentanza.aspx

    • stefanoanast

      beh, la diversa legittimazione delle due camere si giustificherebbe semplicemente con il fatto che la seconda camera avrebbe funzioni di garanzia (riforme costituzionali, rapporti con le legislazioni regionali ed eurounitaria, nomine e valutazioni di costituzionalità), tutte cose che possono e debbono essere sottratte al circuito fiduciario e alle decisioni di una maggioranza contingente e, in modo particolare, di una maggioranza parlamentare fortemente artefatta come quella che potrebbe determinarsi alla Camera in virtù dell’Italicum. va da sè che un Senato con queste funzioni e composto con questo criterio di rappresentatività non possa essere eletto in secondo grado nei consigli regionali, nè essere composto da consiglieri regionali nell’esercizio delle loro funzioni

      • Andrea

        Stefano, il problema non è la giustificazione. Il tuo ragionamento era chiaro ma non risolve la questione, che è la sostenibilità politica.

        E poi, non ci girare attorno: la maggior rappresentatività del proporzionale è solo presunta. E’ un’idea strampalata con cui qualcuno ha cercato di contrastare il pensiero unico. Che, però, si contrasta solo se si ha qualche idea forte.

        La questione è più complicata: perché creare un sistema elettorale per il Senato che cozza con quello della Camera, se poi il grado di rappresentatività è basso? Pensiamo, piuttosto, a modi di rappresentare la gente diversi e migliori. Se poi un partito è forte nella società – cosa che auspico ma l’unico che ha tratti di queste caratteristiche è il Pd – non avrà problemi nel produrre leadership forti per vincere nei collegi.

  2. Michele Venezia

    Sia Renzi, sia Grillo, sia Berlusconi sono figli della cultura confusionaria per rendere le istituzioni ingovernabili. Fanno a gara a chi la spara piu’ grossa per auto-legittimarsi.

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