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Primarie 2012: tanti modi di dire “politica e società”

Nei due giorni post-primarie si è parlato tanto di politica e antipolitica, di partecipazione e partiti, di leadership e popolo, di classi dirigenti ed elettori, di volontari/militanti e cittadini. Le primarie richiamano questo perché – in mancanza di meglio, di più articolato, continuo, sofisticato, organizzato, in modo più o meno hi-tech – rimane uno degli strumenti più potenti a disposizione del paese nel creare una relazione tra politica e persone.

1. Hanno finito col parteciparvi circa 3 milioni di italiani, ovvero l’6,2% per cento degli aventi diritto al voto del paese, l’8,5% dei votanti alle politiche del 2008, il 20% degli elettori di centro sinistra in quello stesso anno (conteggiando anche Italia dei Valori e Sinistra Arcobaleno; a tenersi larghi, insomma). Le primarie del partito democratico americano – negli Usa esistono da quasi un secolo – Continua a leggere

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L’America, il voto e la coalizione dei diritti

Questo articolo, in versione ridotta, è già apparso su italianieuropei.it

Alla fine, è accaduto esattamente quello che gli analisti più accorti sostenevano fin dal principio: ha vinto Barack Obama, senza la quantità di voti e l’entusiasmo del 2008, con un certo grado di astensione in più e qualche stato in meno, ovvero Indiana e North Carolina (la Florida non è stata ancora assegnata in modo definitivo). Ma cosa è successo davvero in queste elezioni?

Un finale thrilling? No, ma Obama non è andato bene.L’ansia finale, il risultato in bilico, la rimonta di Romney… è stato possibile mediatizzare tutto questo grazie a un singolo e disgraziato evento: la pessima performance di Barack Obama nel primo confronto televisivo con Mitt Romney. I repubblicani hanno sentito l’odore del sangue, ci hanno creduto, sono riusciti a valorizzare le debolezze del Presidente uscente. I giornalisti hanno trovato la notizia che poteva incollare gli elettori davanti alla tv per quasi un mese. Dopo di ché è cominciata la guerra dei sondaggi sugli stati in bilico, o supposti tali: Colorado, Florida, Iowa, Nevada, Virginia, Wisconsin, New Hampshire, il famigerato Ohio. Continua a leggere

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Come sta Obama? Male grazie, e lei?

Questo blog ha un legame diretto con il blog America2008 (poi divenuto America2012.it, dove scrivono alcuni di noi): un blog che ha raccontato dal principio l’emersione di un nuovo progetto politico che ha ispirato l’Europa e l’Italia – oltre il trentennio conservatore di Reagan e Bush, ma anche oltre la terza via di Clinton: il progetto obamiano. E infatti abbiamo cercato di fare lo stesso con l’Italia, raccontando il paese nuovo che si forma dentro e oltre la crisi.

La nostra idea era che Obama stesse cercando di piantare la prima bandiera del dopo “era della frana” (per citare Hobsbawm): la strada gli si era aperta grazie alla crisi scoppiata nel 2008. Nella crisi Obama era emerso come una promessa di futuro, capace di superare il trentennio appena trascorso, quello che andava da Reagan a Bush jr.

Obama ha innescato senz’altro processi innovativi – che hanno influenzato il fare politica di questi ultimi anni – ma ora è in un pantano: un po’ ce l’hanno spinto, un po’ ci si è buttato da solo (peccato). Negli Usa, infatti si manifesta nel modo più estremo una sommatoria di crisi, che il nuovo presidente ha potuto gestire al massimo alla meno peggio, con qualche guizzo di classe e genialità e tanto tirare a campare: a) la crisi della credibilità dell’occidente e delle istituzioni internazionali che esso ha creato; b) la crisi della globalizzazione, del suo modello di crescita e delle élite globali che lo hanno gestito; c) la crisi di crediblità delle istituzioni rappresentative e democratiche, schiacciate tra scontri ideologici sterili e interessi reali, pesanti come pietre (e capaci di schiacciare un presidente).

In questo link – un articolo di America2012 apparso su Italianieuropei – cerchiamo di mostrare le difficoltà dell’America. Difficoltà che rappresentano un monito per tutto l’occidente: gli Usa vanno guardati sempre con grande attenzione, perché da molto tempo l’Atlantico si è ristretto, e si vive tutti sulla stessa barca. Vi anticipiamo il paragrafo finale:

Complice l’inazione alla quale è costretto un governo diviso che vive in regime di massima polarizzazione ideologica, Obama aveva già rallentato la sua corsa poco prima delle elezioni di medio termine del 2010: per molto tempo ha scelto la via del “presidente pedagogo”, che spiega all’America le ragioni dell’una e dell’altra parte al fine di ricercare soluzioni politiche inedite; che introduce nel dibattito temi nuovi, attraverso precise scelte strategiche e azioni simboliche; che cerca di ricostruire il tessuto connettivo della società e della cultura del proprio paese. La crisi è tale da non fornire il tempo di ottenere risultati adeguati, né su questo fronte né su altri, in particolar modo quello della creazione di posti di lavoro (è comprensibile che nel 2009 si sia scommesso su di un recupero accettabile dell’economia nel giro di un paio d’anni, sufficiente a vivere in un clima più sereno la campagna elettorale: così non è stato, e ci sarà il tempo per capire dove, come e chi ha sbagliato dentro questa Amministrazione). C’è da fare attenzione: bisogna temere la miscela esplosiva di ceti popolari che si alienano dalla partecipazione alla vita civile e produttiva, di classi medie che si impoveriscono e di una politica incapace di produrre riforme e cambiamento.

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Libia. Un intervento del regista Andrea Segre

Che atteggiamento avere rispetto alla guerra in Libia? Se lo chiedono in molte e molti. Andrea Segre è uno che va ascoltato (qui la sua biografia), soprattutto perché di Libia si è già occupato con il suo documentario “Come un uomo sulla terra” che si occupava di Libia, immigrazione e accordi con l’Italia e che dipingeva una realtà che in molti hanno fatto finta di non vedere. Ecco quello che ha scritto lunedì.

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Acqua pubblica: non un sogno ma una solida realtà

In alcune località della Puglia si è iniziato ad avere accesso continuo all’acqua corrente, per la prima volta dopo tanti anni, anche d’estate. Tutto ciò avviene perché l’Acquedotto Pugliese è stato risanato. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, specie nel paese che gli acquedotti li ha inventati. La notizia, riportata tra gli altri da Repubblica Affari & Finanza di lunedì, è tutt’altro che banale da molti punti di vista. Il cattivo funzionamento dell’Acquedotto Pugliese non solo è stato per decenni l’esempio del fallimento dell’intervento pubblico nell’economia e dell’assistenzialismo, ma ha anche finito per essere simbolo della inefficienza economica del nostro Meridione. Continua a leggere

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I lacrimogeni al tempo di Facebook

Ci eravamo detti di scrivere un post sugli scontri di martedì, a mente un po’ più fredda, avendo letto le analisi e cronache migliori, quelle senza paraocchi dei giornalisti presenti nella piazza (diverse erano buone, vi segnaliamo Sara Menafra de “il Manifesto” mercoledì 15; lo stesso giorno Giovanni Bianconi sul “Corriere” e Lucia Annunziata oggi sulla Stampa).

Serviva capire chi c’era, come erano andate le cose, da dove venivano le persone, come mai erano così giovani ecc. ecc. Di tutto l’infinito scibile che trovate in rete, vi rinviamo a un anonimo “Masaniello 2012” su youtube, che semplicemente ha il pregio di dare un’idea delle manovre “militari” nella incustodita Piazza del Popolo, dove si sentono i cori da stadio che hanno caratterizzato questo e altri cortei – lo stadio e il calcio sono il paradigma culturale che informano la politica, trent’anni fa era l’inverso – si osservano le dinamiche di conquista della piazza, l’uso dei blindati come si fosse in un vero campo di battaglia, l’applauso di migliaia di ragazzi giovanissimi (giovanissimi come a Londra, Atene, Parigi…) che gioiscono collettivamente quando il mezzo della Guardia di Finanza prende fuoco, come se la Roma avesse segnato un gol… ci si fa un’idea. Continua a leggere

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I ricercatori e la riforma Gelmini (o “del prendere coscienza di sé”)

Merita di essere rielaborata la vicenda del movimento universitario di questi ultimi mesi: affogata da notizie apparentemente più grandi, non ne sono stati apprezzati fino in fondo i meriti e i risultati (seppur provvisori e non soddisfacenti) di quello che sembra un giro di boa della mobilitazione, della discussione pubblica sull’università e dell’iter parlamentare della riforma contestata. Continua a leggere

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