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Il 15 ottobre, la mobilitazione globale degli “indignati”

Una foto dalla "Repubblica del Sole"

Non è da tutti dialogare con un premio Nobel per l’economia. Se gli  indignados sono riusciti a farlo, significa che nessuno può più guardarli dall’alto in basso. Di passaggio a Madrid per una serie di conferenze, Joseph Stiglitz ha accettato di buon grado l’invito a partecipare lo scorso lunedi 25 luglio al primo Forum Sociale della spanish revolution. Dall’economista statunitense, autore de La globalizzazione e i suoi oppositori, è giunto il sostegno alle ragioni che spingono migliaia di spagnoli a non arrendersi all’ideologia dell’«assenza di alternative» di fronte al potere dei «mercati». Ed è proprio il riconoscimento della serietà delle loro analisi che permette agli «indignati» di guardare con ottimismo all’impegno che li attende nei prossimi mesi, che si annunciano molto intensi. Sanno di dover bene amministrare l’autorevolezza acquisita nel cammino percorso sin qua: un compito non facile.

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Come sta Obama? Male grazie, e lei?

Questo blog ha un legame diretto con il blog America2008 (poi divenuto America2012.it, dove scrivono alcuni di noi): un blog che ha raccontato dal principio l’emersione di un nuovo progetto politico che ha ispirato l’Europa e l’Italia – oltre il trentennio conservatore di Reagan e Bush, ma anche oltre la terza via di Clinton: il progetto obamiano. E infatti abbiamo cercato di fare lo stesso con l’Italia, raccontando il paese nuovo che si forma dentro e oltre la crisi.

La nostra idea era che Obama stesse cercando di piantare la prima bandiera del dopo “era della frana” (per citare Hobsbawm): la strada gli si era aperta grazie alla crisi scoppiata nel 2008. Nella crisi Obama era emerso come una promessa di futuro, capace di superare il trentennio appena trascorso, quello che andava da Reagan a Bush jr.

Obama ha innescato senz’altro processi innovativi – che hanno influenzato il fare politica di questi ultimi anni – ma ora è in un pantano: un po’ ce l’hanno spinto, un po’ ci si è buttato da solo (peccato). Negli Usa, infatti si manifesta nel modo più estremo una sommatoria di crisi, che il nuovo presidente ha potuto gestire al massimo alla meno peggio, con qualche guizzo di classe e genialità e tanto tirare a campare: a) la crisi della credibilità dell’occidente e delle istituzioni internazionali che esso ha creato; b) la crisi della globalizzazione, del suo modello di crescita e delle élite globali che lo hanno gestito; c) la crisi di crediblità delle istituzioni rappresentative e democratiche, schiacciate tra scontri ideologici sterili e interessi reali, pesanti come pietre (e capaci di schiacciare un presidente).

In questo link – un articolo di America2012 apparso su Italianieuropei – cerchiamo di mostrare le difficoltà dell’America. Difficoltà che rappresentano un monito per tutto l’occidente: gli Usa vanno guardati sempre con grande attenzione, perché da molto tempo l’Atlantico si è ristretto, e si vive tutti sulla stessa barca. Vi anticipiamo il paragrafo finale:

Complice l’inazione alla quale è costretto un governo diviso che vive in regime di massima polarizzazione ideologica, Obama aveva già rallentato la sua corsa poco prima delle elezioni di medio termine del 2010: per molto tempo ha scelto la via del “presidente pedagogo”, che spiega all’America le ragioni dell’una e dell’altra parte al fine di ricercare soluzioni politiche inedite; che introduce nel dibattito temi nuovi, attraverso precise scelte strategiche e azioni simboliche; che cerca di ricostruire il tessuto connettivo della società e della cultura del proprio paese. La crisi è tale da non fornire il tempo di ottenere risultati adeguati, né su questo fronte né su altri, in particolar modo quello della creazione di posti di lavoro (è comprensibile che nel 2009 si sia scommesso su di un recupero accettabile dell’economia nel giro di un paio d’anni, sufficiente a vivere in un clima più sereno la campagna elettorale: così non è stato, e ci sarà il tempo per capire dove, come e chi ha sbagliato dentro questa Amministrazione). C’è da fare attenzione: bisogna temere la miscela esplosiva di ceti popolari che si alienano dalla partecipazione alla vita civile e produttiva, di classi medie che si impoveriscono e di una politica incapace di produrre riforme e cambiamento.

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Organizzare i disorganizzati

Barack Obama, il più famoso allievo di Alinsky

Organizzare i disorganizzati. Era questo il titolo della giornata dell’Organizing che si e’ tenuta lo scorso 14 Luglio nell’ambito di Ora Tocca a Noi, la festa nazionale dei giovani della Cgil e della rivista Molecoleonline.it. Un titolo di per se’ evocativo dei temi e delle esperienze al centro della giornata: l’obiettivo della costruzione del potere (quello dei deboli) ed il modo di costruirlo in una societa’ plurale e frammentata. Il pensiero – e di questo ha parlato Mattia Diletti, ricercatore in scienza politica alla Sapienza – non puo’ che andare alla riflessione ed ancor di piu’ all’azione di Saul Alinsky che, nello storico distretto del meatpacking della Chicago degli anni trenta – il Back of the Yards – era stato protagonista di uno dei piu’ straordinari esempi di sindacalizzazione e di costruzione comunitaria della storia d’America. Al centro della sua ricetta stava l’idea che il potere degli esclusi lo si edificasse sulla base della loro stessa percezione dei propri interessi (prima ancora che su schemi culturali di importazione), sul coinvolgimento del territorio (quella community sempre presente nel discorso politico americano), sulla tessitura di coalizioni sociali larghe ed infine sulla laboriosa costruzione di leadership naturali ed “indigene”, che fossero espressioni diretta dei gruppi mobilitati.    Continua a leggere

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Un’altra finanziaria si può fare

Il primo ministro inglese conservatore Margaret Thatcher amava dire spesso una frase: “There Is No Alternative”, non c’è scelta. Con la sua elezione nel 1979, e ancora di più con la vittoria di Reagan in America nel 1980, cominciava quel trentennio conservatore che speravamo di esserci lasciati alle spalle con l’elezione di Barack Obama neanche tre anni fa. Sembrava che dalla crisi potesse uscire un’economia meno ingiusta e più sostenibile. E invece il vento è cambiato davvero, ma non nella direzione che pensavamo in tanti il giorno dopo l’elezione di Giuliano Pisapia o dopo la vittoria nei referendum.

L’ “amara medicina” che cercano di propinare i sostenitori dell’attuale manovra finanziaria si basa proprio sulla formula thatcheriana del “non c’è scelta”. Bisogna fare così, altrimenti il Paese va a rotoli. C’è un solo modo per evitare il disastro, dicono costoro: accettare i sacrifici inevitabili che comporta il “risanamento dei conti”. La finanziaria italiana, un po’ come quelle approvate prima di essa in Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, carica tutto il peso del “risanamento” su una parte sola della popolazione, di solito la più povera e la meno potente. Ma davvero “non c’è scelta”?

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Consigli di lettura per la vecchia (ed ingiusta) Europa

Domenica e lunedì si vota in diverse città, tra cui Milano. Ieri sera ad Anno Zero Daniela Santanchè ha provato a gettare ulteriore fango su Giuliano Pisapia accusandolo di aver avuto sostenitori di Hamas ad una delle sue iniziative. Ha mostrato una foto in cui, secondo lei, si vedeva una bandiera del movimento islamico palestinese. Peccato per lei che si trattasse di un grossolano errore: la bandiera, come è stato mostrato in diretta, era della Freedom Flottilla, il gruppo di navi pacifiste che fu assaltato dalle forze di elite israeliane quasi un anno fa al largo di Gaza. Vale la pena leggere il post di Lorenzo Declich che smonta l’islamofobia (e l’islamo-ignoranza) della Santanchè per la quale mussulmano è uguale a terrorista e non c’è poi tanta differenza tra estrema sinistra italiana e terroristi islamici. L’espressione “vecchia Europa” fu usata in tono dispregiativo dai peggiori conservatori americani dell’amministrazione Bush ma forse si applica bene a quelli che la pensano come la Santanchè: oggi al Cairo piazza Tahrir era di nuovo piena per una manifestazione a favore del dialogo tra mussulmani e cristiani. Un segnale importante dopo i disordini a sfondo religioso dei giorni scorsi.

L’Europa non è solo vecchia e intollerante ma è anche ingiusta. E l’Italia è tra i paesi più ingiusti perché le disuguaglianze al suo interno sono cresciute, come ci racconta il libro di Maurizio Franzini “Ricchi e Poveri” di cui si trova un ampio stralcio sul Keynesiano. Continua a leggere

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La morte di Osama vista dall’altra parte del mondo

La cronaca e le riflessioni che circolano nel nostro mondo sulla morte
di Osama Bin Laden riflettono certamente come l’occidente si sta
confrontando oggi con questo evento.
Io invece mi trovo a fare i conti con questa notizia da un luogo che
non é Roma, nè New York ne Londra.  In questi ultimi tre anni ho speso
la maggior parte della mia vita occupandomi e vivendo in Paesi
islamici che vivono una dinamica di guerra o di conflitto ripetuta.
Esiste certamente un’altra prospettiva, decisamente meno rappresentata
nelle esposizioni di questi primi due giorni, che frulla nella mia
mente, per quello che é il mondo dove vivo che vorrei condividere con
voi. Continua a leggere

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Libia, che fare

Oggi il parlamento italiano “discuterà” dell’intervento internazionale in Libia. Le virgolette sono d’obbligo, visto che di dibattito vero tra opzioni diverse ce ne sarà poco, così com’è d’obbligo non solo provare a capire cosa sta succedendo ma anche chiedersi cosa potrebbero fare la nostra politica e i nostri partiti. Sono emerse finora diverse posizioni: quella dei favorevoli all’intervento tout court, soprattutto alla luce dell’approvazione dell’Onu e dell’urgenza umanitaria; quella di chi ha dato un sì condizionato come il documentarista Andrea Segre qui sotto; quella di chi dice “né con Gheddafi né con i bombardamenti” come il leader di SEL Nichi Vendola; quella della Lega che si preoccupa prevalentemente della lotta agli immigrati e agli sfollati. Vediamo di capirci di più, anche in vista della manifestazione di sabato, originariamente prevista sui temi dell’acqua pubblica e del nucleare ma che ora si sta allargando al fronte pacifista. Continua a leggere

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