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Lettera ai nostri amici europei sulla crisi italiana

Da più di un anno l’Italia è sotto l’attacco della speculazione finanziaria e ha già approvato diverse riforme nel segno dell’austerità: tagli alla spesa sociale, innalzamento dell’età pensionabile, lotta contro la “rigidità” del mercato del lavoro, nessuna nuova tassa per i più ricchi. In questo, le differenze tra il governo Berlusconi e quello Monti non sono state radicali: tanto è vero che il secondo ha dovuto in gran parte mantenere le promesse fatte dal primo nella lettera al Consiglio Europeo inviata il 26 ottobre 2011.
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Per molti, ma non per tutti. L’università secondo le destre europee (e secondo Monti?)

Il primo ministro britannico David Cameron. Foto tratta dal blog yearof1989

Con alcuni recenti provvedimenti del governo Monti, soprattutto con la cosiddetta “spending review”, sono stati apportati ulteriori tagli all’università. Vengono toccati soprattutto il reclutamento di nuovi ricercatori, ulteriormente bloccato, e le tasse universitarie. Una politica, soprattutto quest’ultima, che è in linea con quanto fatto dalla coalizione di centrodestra al governo in Gran Bretagna. Una continuità, questa, tra le politiche italiane e quelle dei conservatori inglesi che deve far riflettere. Ecco alcuni dati per capirci di più.

Già il governo laburista aveva alzato le tasse universitarie per gli studenti britannici portando il tetto oltre le 3mila sterline, circa 3600 euro annui. La coalizione tra conservatori e liberal-democratici ha ulteriormente innalzato il tetto a 9mila sterline, cioè più di 10mila euro l’anno. Contemporaneamente veniva istituito un sistema di prestiti d’onore: se uno studente non ce la fa a pagare le tasse, lo Stato garantirà per lui un prestito bancario che potrà ricominciare a pagare una volta che avrà trovato un lavoro. Una conseguenza di questo sistema è che, già oggi, le facoltà umanistiche e di scienze sociali sono meno attraenti: quale lavoro con quei titoli di studio potrà permettere di ripagare in fretta un prestito da alcune decine di migliaia di euro? Si è molto ristretto di conseguenza il mercato del lavoro per la ricerca e l’insegnamento in quelle facoltà. Ma questo, secondo alcuni, potrebbe non essere uno svantaggio. Il Financial Times di ieri, però, ci informava che c’è stata una più generale contrazione di studenti immatricolati in Inghilterra: il 5% tra i giovani ma ben il 15% tra gli adulti. Non solo, calava l’afflusso verso l’Inghilterra da parte della Scozia, del Galles e dell’Irlanda del Nord, le regioni più povere del Regno Unito. Aumentava invece il numero di studenti stranieri, soprattutto esterni all’Unione Europea. Per chi viene dalla Cina o dall’India, infatti, le rette erano già molto alte prima e non a caso molti atenei preferiscono avere più studenti di questo tipo.

Il Regno Unito è stato da tempo il luogo di sperimentazione di alcune politiche per l’università. I criteri “bibliometrici” per la valutazione prevalentemente quantitativa della ricerca furono introdotti qui sotto la Thatcher e furono piuttosto utili per irregimentare e tagliare il sistema. Oggi il rapido aumento delle tasse e l’introduzione su vasta scala del prestito d’onore cambiano l’accesso all’università: meno adulti (ma non eravamo la società della conoscenza dove tutti dovevano formarsi in continuazione?), meno studenti dalle zone svantaggiate del Paese, più “classi dirigenti” dei Paesi emergenti.

La spending review del governo Monti si muove in una direzione simile, ed è difficile scorgere una vera discontinuità con lo spirito della riforma Gelmini e dei tagli di Tremonti. Abbiamo parlato qui degli effetti di quella legge sul licenziamento di decine di migliaia di precari. La spending review invece rallenta ulteriormente il reclutamento di nuovi ricercatori e blocca l’avanzamento di quelli attualmente dentro – e che percepiscono, bisogna chiarirlo, stipendi ridicoli a fronte di un impegno lavorativo a volte maggiore dei loro superiori di grado. Già oggi l’università e la scuola sono uno dei settori dove più largo è il precariato, un fenomeno che, ci informa la CGIA di Mestre, riguarda per il 34% il settore pubblico. Chi si candida a guidare il Paese dal 2013 potrebbe già impegnarsi a ridurre la precarietà nella parte di mondo del lavoro più dipendente dalle politiche pubbliche.

D’altronde, il progetto è involontariamente coerente: servirà meno gente ad insegnare e fare ricerca perché ci saranno meno studenti. In un articolo sull’Unità di oggi il responsabile università del PD Walter Tocci chiarisce alcuni aspetti della “review” (a proposito, visto che si operano dei tagli, perché questa ipocrisia della “revisione” e non la sincerità di chiamarli semplicemente “spending cuts”, cioè tagli?): 400 milioni già tagliati in precedenza e confermati, 150 milioni alle borse e alle attività di ricerca, 200 milioni con il blocco del turn over. Come si compensano questi tagli? Consentendo alle università di sforare l’attuale tetto del 20%: oggi potevano chiedere direttamente agli studenti non più del 20% di quanto ricevevano dallo Stato. Il meccanismo di “revisione” è complicato ma il risultato, secondo Tocci, sarà che si potrebbe arrivare ad aumenti di 1000 euro in più all’anno per studente. Senza contare le inesistenti politiche per il diritto allo studio in questo Paese per cui, dovendo pagare un affitto, i trasporti e dovendo mantenersi uno studente che voglia proprio vivere miseramente già oggi difficilmente spende meno di 10mila euro l’anno.

Già oggi l’università italiana, come scrisse qui Alfredo Amodeo, è uno dei fattori negativi della mobilità sociale: i figli degli architetti fanno gli architetti, i figli dei farmacisti faranno i farmacisti. Con buona pace della meritocrazia. Gli iscritti già quest’anno sono calati del 10% – ma sono aumentati, guarda un po’, nelle università private. Si vuole davvero continuare così? Come su altri fronti, non è vero che si tratti di tagli inevitabili: la spesa si può veramente riqualificare (questo vuol dire “review”) cioè spostare da settori improduttivi e frutto di corruzione e commistione tra politica e affari verso i servizi agli studenti e la ricerca; si può reintrodurre la tassa di successione sui grandi patrimoni che, da sola, potrebbe colmare i tagli operati negli ultimi anni; si può devolvere qui una parte di proventi provenienti da nuove imposte sulla rendita finanziaria e immobiliare. Si tratta, insomma, di avere il coraggio di attaccare il Partito della rendita per costruire un nuovo modello di sviluppo e produrre nuovi beni pubblici.

Cosa ne pensa chi si candida a guidare, per il centrosinistra, il Paese dopo il 2013?

(Mattia Toaldo)

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Crisis Blues. Il racconto della crisi economica e le sue insidie

La piccola fiammiferaia (vedi le conclusioni dell’articolo). Immagine tratta da creationshandmadekawaii

Ci puoi arrivare in diversi modi: per esempio, da un lavoro dipendente (in una delle sue tante varianti) che perdi da un giorno all’altro, o da una libera professione che, dopo anni di crisi via via più pesante, alla fine si ferma completamente. Comunque ci arrivi, la situazione è la stessa: non hai un lavoro e non guadagni un centesimo. Se hai il vantaggio di un po’ di soldi da parte, cominci con qualche rinuncia, tagli le spese superflue e ti cerchi un altro lavoro. Ma non lo trovi. Continua a leggere

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La riforma del mercato del lavoro, una nuova mazzata per precari e lavoratori indipendenti. L’appello del Quinto Stato

Appello contro il ddl Fornero e per una nuova idea di lavoro e welfare.

Siamo lavoratrici e lavoratori della conoscenza, dello spettacolo, della cultura e della comunicazione, della formazione e della ricerca, autonomi e precari del terziario avanzato. Lavoriamo con la partita IVA, i contratti di collaborazione, in regime di diritto d’autore, con le borse di studio, nelle forme della microimpresa e dell’economia collaborativa. Siamo cervelli in lotta, non in fuga, ovunque ci troviamo. Ci occupiamo di cura della persona, della tutela del patrimonio artistico. Ogni giorno produciamo beni comuni intangibili e necessari: intelligenza, relazioni, benessere sociale. Continua a leggere

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Togliere ai padri senza dare ai figli, cosa c’è per i precari nella riforma del lavoro.

Abbiamo seguito il plasmarsi della riforma del lavoro con un’attenzione che a tratti si è fatta ansia. L’abbiamo rincorsa dietro alle dichiarazioni (tutte altisonanti) dei Ministri del Governo e interpretata da documenti che erano  prima “linee guida”, poi un “documento di policy” approvato dal Consiglio dei Ministri, ma mai testi definitivi. Le dichiarazioni promettevano meraviglie e svolte epocali. I testi circolati le smentivano.

L’attesa di un testo di legge, dunque, non era pignoleria: serviva per capire cosa questa riforma prevedesse davvero soprattutto per coloro in nome dei quali è stata sbandierata. Per i giovani e per i precari.

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Riforma del lavoro: ci basta?

Pubblichiamo un testo postato in contemporanea da Giovanna Cosenza, Ingenere, Ipaziaè(v)viva , Marina Terragni , Lorella Zanardo, Loredana Lipperini, Femminile Plurale e una serie di altri blog. Le blogger che condividono questo post pubblicano periodicamente thread comuni, in particolare sul tema della rappresentazione pubblica della donna e su quello della rappresentanza politica.

E al capo V del disegno di legge di riforma del mercato del lavoro, sotto la voce “ulteriori disposizioni”, arrivano le voci rubricate come “donne”: dimissioni in bianco, figli, baby sitter. Troppo poco? Un primo segno? Ne l’uno né l’altro. Perché per capire quello che la riforma significa per le donne, conviene guardare al tutto, non solo al ripristino del contrasto alle dimissioni in bianco, al mini-mini congedo di tre giorni continuativi di paternità obbligatoria, e ai buoni per pagare le baby sitter invece di prendersi le aspettative facoltative per maternità. Continua a leggere

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Una guida critica alla riforma del mercato del lavoro

Il ministro Elsa Fornero, foto tratta da http://www.adnkronos.com

E’ arrivata.

La riforma del lavoro ha raggiunto una forma, pare, definitiva, approvata dal Consiglio dei Ministri. Curioso che questa forma si presenti come relazione del Ministro del Welfare e non come vero e proprio documento licenziato dall’Esecutivo.

È assai discutibile che, a tavolo con le parti sociali concluso e approvazione da parte del CdM avvenuta, ancora non sia stato reso noto un testo ufficiale  e definitivo. Si tratta di una opacità di non poco conto: sia per questioni estremamente concrete (nei tecnicismi delle formulazioni risiedono ricadute molto incisive sulla vita materiale di tutte e tutti coloro cui la riforma si rivolge), sia per ragioni di trasparenza e democrazia nel dibattito pubblico. Impossibile non notare, infatti, che l’assenza di testi definitivi si accompagni a dichiarazioni da parte del ministro Fornero sostanzialmente contraddittorie con i documenti circolati. Tanto da indurre nei più smaliziati il sospetto di una deliberata strategia di mistificazione. Queste mistificazioni si avviluppano in via preferenziale intorno al tema della precarietà (Non solo sulla precarietà tuttavia. Di questi giorni è la vulgata su una presunta estensione dell’art.18 per licenziamenti discriminatori smascherata qui efficacemente da Umberto Romagnoli), terreno prediletto della retorica governativa, sul quale sono state sbandierate rivoluzioni che non è dato oggi rilevare e dove, invece, emergono contraddizioni non da poco. Vediamo perché. Continua a leggere

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