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“Clandestino” di nome e di Fatto. A proposito di immigrazione, giustizia e sinistra

migrante dietro le sbarredi Stefano Anastasia

Scambio di colpi tra Luigi Manconi e Marco Travaglio, su l’Unità di martedì e il Fatto mercoledì scorso. Attacca Manconi, replica (e contrattacca) Travaglio. Il presidente della commissione diritti umani del Senato accusa il condirettore del quotidiano di Padellaro di usare impunemente la parola ‘clandestino’, su cui la destra ha costruito nel tempo il suo ministero della paura; replica Travaglio che in maggioranza con la destra (fino a ieri) c’è stato il suo contraddittore.
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L’impossibile liberalizzazione delle carceri

Liberalizziamo le carceri? Affascinante l’ossimoro proposto dal decreto Monti. Ma non si tratta di aprire porte e finestre e di consentire, a chi vuole, di uscirne e, magari, a qualcuno di entrarci di propria sponte. No, più prosaicamente il Governo si limita a (ri)aprire ai privati la realizzazione e quindi la gestione degli istituti penitenziari. Già previsto nella finanziaria per il 2001 del Governo Amato, il project financing è una ricorrente tentazione di un ceto politico di governo che non vuole o non può decriminalizzare e non ha i mezzi per far fronte al sovraffollamento penitenziario da esso stesso stimolato, subìto o assecondato. Continua a leggere

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A 25 anni dalla legge Gozzini

Mino Martinazzoli, da ministro della Giustizia rispondeva personalmente alle lettere dei detenuti

«Agli inizi del 1985 fui convocato al ministero da Martinazzoli, insieme a Nicolò Amato. Fu un incontro breve ma intenso e, come si dice, costruttivo. Si rilevò, di comune accordo, la possibilità di una rivisitazione ampia della riforma del 1975, in convergenza fra governo, maggioranza e opposizione. Mi pareva naturale che il ministro presentasse un proprio disegno di legge, e lo dissi. No, rispose con intelligenza Martinazzoli, senza badare a consuetudini e puntigli; no, se do un incarico del genere ai miei uffici, considerata anche la necessità del ”concerto” con altri ministeri, ci vogliono anni, e invece bisogna far presto; no, c’è quel tuo disegno di legge, procediamo per emendamenti aggiuntivi a quel testo, pensa tu a formularli, il governo collaborerà. In questo senso, e solo in questo senso, può essere ritenuto corretto chiamare “legge Gozzini” l’integrazione e il rilancio della riforma penitenziaria che sarebbero stati varati in tempi brevi».  Così Mario Gozzini (La giustizia in galera?, Editori riuniti, 1997), «per nulla “pentito”» della sua opera, ricordava il contributo di Mino Martinazzoli, allora Ministro della giustizia, alla gestazione e all’approvazione della legge che porta il suo nome e di cui tra qualche giorno si potrà ricordare il venticinquesimo anniversario (qui il testo della Legge Gozzini). Continua a leggere

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Un numero chiuso per la dignità dei detenuti

Foto tratta da http://www.acmos.net

La drammaticità della situazione è stata espressa in maniera inequivocabile dal Presidente Napolitano in apertura del Convegno promosso dai radicali alla fine di luglio: quella della condizioni delle nostre carceri, «che definire sovraffollate è quasi un eufemismo», è «una questione di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile»; «una realtà che ci umilia in Europa», «non giustificabile in nome della sicurezza, che ne viene più insidiata che garantita», frutto di «oscillanti e incerte scelte politiche e legislative … tra tendenziale, in principio, depenalizzazione e “depenitenziarizzazione”, e ciclica ripenalizzazione». Continua a leggere

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Antigone, vent’anni dopo

Vent’anni fa nasceva Antigone, l’associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale che da allora nuota conto la corrente del vero “uso politico della giustizia”, quello che ogni giorno si consuma nella minaccia e nella punizione di ogni forma di devianza e di estraneità, con piena soddisfazione elettorale degli imprenditori politici della sicurezza. Di seguito una riflessione di Stefano Anastasia e Patrizio Gonnella, gli ultimi due presidenti dell’associazione, pubblicata su il manifesto, in occasione della prima di due giornate di discussione che si svolgeranno a Roma su questi venti anni anni di giustizia, carcere e sicurezza.

Vent’anni non sono pochi. Abbastanza per diventare adulti, «poi ti volti a guardarli e non li trovi più». Ma i nostri vent’anni, invece, stanno lì: statuari, immobili, tetragoni, e coprono come una lunga ombra il nostro presente. Solo l’impossibilità della prova contraria (sarebbe andata meglio se non ci avessimo messo le mani?) ci mette al riparo dal prendere in prestito l’adagio del vecchio Bartali: “tutto sbagliato, tutto da rifare!”.

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Ergastolo, la triste parabola della democrazia italiana

Tra gli altri argomenti spesi dall’avvocatura dello Stato brasiliana per motivare il rifiuto dell’estradizione di Cesare Battisti non manca quello della pena dell’ergastolo comminatagli per i reati di cui è stato riconosciuto colpevole dai tribunali italiani. Sembrerà strano agli italiani che amano crogiolarsi nella illustre memoria di Cesare Beccaria (ancora qualche settimana fa, il supplemento domenicale de Il sole 24 ore metteva Dei delitti e delle pene al pari della Divina commedia tra i capolavori italiani più letti in Cina), ma quella storia lontana non sembra sufficiente a giustificare il presente.

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A proposito di riforma della giustizia

La riforma delle intercettazioni è tornata in Commissione. Cercheranno il modo di far quadrare il cerchio, tra le motivazioni manifeste e quelle latenti, tra gli intendimenti degli uni e quelli degli altri. Vedremo cosa ne uscirà, se servirà a qualcosa, e a chi.

Prima di essere frenato dai suoi gerarchi, Berlusconi si è buttato lancia in resta sulle “grandi riforme”, tra cui primeggia – nella sua testa – quella della giustizia. Lasciamo perdere il merito, e stiamo al metodo, che si potrebbe definire “induttivo”.

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