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Il carcere fa violenza

Stefano Cucchi e gli altri. Improvvisamente l’opinione pubblica ha scoperto il volto violento dell’amministrazione della giustizia. Le responsabilità penali, sia chiaro, sono e restano personali, anche quando chi dovesse averle commesse veste – vestiva addirittura in quegli indicibili momenti – una divisa rappresentativa dello Stato e delle sue istituzioni.

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una pena di morte

Parenti, legali, operatori penitenziari e chi altro ha avuto a che fare con i sei anni di detenzione di Diana Blefari Melazzi non sono riusciti a sorprendersi di quella tragica fine, per impiccagione, nel carcere romano di Rebibbia femminile. Era uno degli esiti possibili di quella sofferenza psichica che anche le perizie che le furono avverse non potevano negare completamente. Come ha avuto modo di dire efficacemente uno dei suoi legali, «evidentemente, i nostri timori erano fondati e le conclusioni delle perizie sbagliate».

Intanto, però, è già partito un c Continua a leggere

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In morte di Stefano Cucchi

C’è poco da raccontare a chi abbia aperto i giornali questa mattina. Stefano Cucchi, 31 anni, è morto giovedì 22 ottobre a una settimana dal suo arresto per detenzione di sostanze stupefacenti. Stava bene quando – scortato dai Carabinieri che lo avevano arrestato – è stato a casa l’ultima volta, nella notte tra il 15 e il 16 di ottobre. Aveva il volto visibilmente tumefatto qualche ora dopo, quando a mezzogiorno è stato portato in un Aula del Palazzo di giustizia di Roma per il processo per direttissima. Poi sei giorni, tra carcere, ospedali e carcere-ospedale (il reparto del Sandro Pertini riservato ai detenuti ospedalizzati), e – infine – la morte, senza che i familiari abbiano mai potuto vederlo o incontrare i medici “curanti” (?) durante il suo viaggio all’Inferno.

Anche questo sono le carceri, la forze dell’ordine, il sistema sanitario in Italia: indifferenza e disprezzo per la vita umana. L’individuazione delle responsabilità personali, di chi ha ridotto Stefano in quel modo, di chi (non) lo ha assistito per sei giorni, di chi ha impedito alla famiglia di incontrarlo e di sapere, è l’unica condizione possibile per distinguere le istituzioni coinvolte dai loro rappresentanti.

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Sorpresa: l’indulto ha funzionato

carcereNel luglio 2006 la maggioranza di centrosinistra, appena eletta, approvò con i voti anche di quasi tutto il centrodestra l’indulto: uno sconto di 3 anni di pena sia per chi era già in carcere che per chi era solo sotto processo. Dopo poco sarebbe iniziato lo scontro sulla “sicurezza” che, come diceva un leader democratico, non era “né di destra né di sinistra”.

La destra mediatica e politica era intenta a dare la colpa della nuova emergenza all’indulto che sembrava non fosse stato votato da nessuno, tanti erano i suoi oppositori. Non a caso i Tg di Mediaset cominciarono a parlare solo di criminalità comune e la Rai seguì a ruota. Ora però possiamo guardare i dati e capire quanta mala fede (o cattiva informazione) c’era.

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