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E invece Celli ha ragione

La lettera aperta di Pierluigi Celli a suo figlio tocca un nervo scoperto. In questo blog ne scriveva, ad esempio, Mattia Toaldo lo scorso 8 ottobre: l’Italia è diventato un paese dal quale andarsene? Dal «si salvi» al «se ne vada chi può»? Se siamo al punto nel quale persino un autorevole esponente della classe dirigente invita il proprio figlio a cercar fortuna altrove, vuol dire che ci siamo ridotti alla stregua di un paese del Terzo mondo, dove è regola che i rampolli della buona società vengano a formarsi e lavorare in Europa o negli Stati Uniti? Non lo so, probabilmente non ancora. Ma non è questo il punto, a mio giudizio. Continua a leggere

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L’Italia è il paese che amo?

C’era un tempo in cui i genitori redarguivano i propri figli nello spazio privato della famiglia. Un tempo in cui i ruoli erano ben definiti: ai figli quello di sognare  rivoluzioni e trasformazioni epocali,  mentre ai padri quello di frenare volontà, desideri e sogni magari ricercati ai quattro angoli del mondo.  Viene quasi da rimpiangerli quei tempi se oggi, oltre ai divorzi, sulle pagine dei giornali finiscono i dialoghi, o meglio i monologhi, di un padre al proprio figlio. Discorsi che assumono un tono surreale non solo per il luogo all’interno del quale si svolgono, ma, ed è ben più grave, per il contenuto di quella stessa missiva.

Insomma se alle turbe psicologiche tipiche della depressione di mezza età di un padre che nulla più dovrebbe chiedere alla vita, a cui anzi la società dovrebbe incominciare a chiedere qualcosa indietro, dovessimo dedicare qualche pagina di quotidiano, non staremmo qui a cantare la crisi dei giornali.

Ma c’è qualcosa di più profondo.

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Il sacrosanto diritto di sognare

Stamattina ho aperto il giornale ci ho trovato la lettera pubblica del preside della Luiss al figlio in procinto di laurearsi e non riesco a trattenere la rabbia.
Credo due cose. La prima e’ che da padre avrebbe dovuto scrivergliela in privato. La seconda e’ che da preside avrebbe invece dovuto scrivere una bella lettera in cui denunciava tutti i fatti spiacevoli ed ingiusti che di fatto menziona ma impegnandosi come preside a contribuire alla parziale soluzione di alcuni di essi.
E’ assurdo che il tono scoraggiato arrivi da lui. Un direttore. Assurdo.
Primo: il figlio si sarà laureato in tempo perché bravo, certo. Ma anche perché sicuramente supportato economicamente da una famiglia che se lo poteva permettere.
E qui voi direte: che centra? C’entra eccome.

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