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Madri della Repubblica. Il due giugno delle donne.

duegiugnodonne Il 2 giugno del 1946 le donne italiane votarono per eleggere, dopo il disastro della guerra e del fascismo, l’assemblea che avrebbe dato all’Italia la nuova Costituzione. Come ci racconta Miriam Mafai: “votarono con preoccupazione, con orgoglio, con speranza, con emozione” Lei, troppo giovane per votare era andata in piazza Montecitorio a salutare le prime donne che entravano da deputate nel palazzo. “vivemmo insieme quel giorno come un nostro grande successo, non solo delle donne che nell’Italia liberata avevano potuto partecipare agli incontri, alle petizioni alle manifestazioni per il diritto di voto ma anche di quelle che nell’Italia occupata dai fascisti e dai tedeschi per anni si erano battute anche per il riconoscimento di questo diritto” Continua a leggere

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A proposito di madri normali

Ieri la VII Commissione per la revisione cinematografica del Mibac ha vietato ai minori di 14 anni il film “Quando la notte” di Cristina Comencini. Colpiscono le motivazioni utilizzate per giustificare tale scelta, che oggi vengono riprese criticamente da tanti, a cominciare da Natalia Aspesi su Repubblica.

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“Qui si fa la storia”, cronache da Puerta del Sol

Puerta del Sol, Madrid. Ieri sera.

Il movimento della Puerta del Sol (e di moltissime altre piazze spagnole) ha vinto la sua prima, simbolica, battaglia. Nessuno sgombero allo scoccare della mezzanotte, come avrebbe voluto la Commisione elettorale centrale, in ossequio alla norma che impone la fine della propaganda prima del voto di domenica. Semplicemente impossibile: la quantità di gente è enorme, nemmeno pensabile che i poliziotti si mettano a far allontanare decine di migliaia di indignados. Rispetto a giovedi, le persone si sono moltiplicate, difficile stabilire per quante volte. Un’autentica marea umana ha sfidato il divieto di manifestazione scattato alle 24 di venerdi, senza cadere in nessuna provocazione.

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8 marzo: rimettiamo al mondo l’Italia

L’Italia non è un paese per donne e noi vogliamo che lo sia.
Nell’anno in cui si celebra il 150esimo dell’Unità d’Italia, diamo ancora più valore all’8 marzo, giornata nata più di un secolo fa per onorare le lavoratrici di tutto il mondo, diventata nel tempo festa delle donne e oggi occasione di rinascita per il nostro Paese.
Vogliamo un’Italia capace di stare nel mondo, in modo aperto e solidale con tutti i popoli, soprattutto con quelli che lottano per la libertà come ora quelli del Nord Africa.
Vogliamo che l’8 marzo sia, come il 13 febbraio, il giorno di tutte.
Delle donne che lavorano stabilmente fuori e dentro casa, di quelle che cercano lavoro e non lo trovano, delle lavoratrici costrette al lavoro nero, delle licenziate, delle precarie, delle tante che hanno lasciato lontano le loro famiglie per occuparsi delle nostre, e delle donne ridotte in schiavitù.
In Italia è diffusa una precarietà che non è solo di lavoro ma di vita. Coinvolge un numero crescente di donne e uomini. Continua a leggere

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Buongiorno Egitto

Sarà una serata particolare e probabilmente molto bella per gli egiziani. Un popolo che certo non ha avuto molti motivi di gioia collettiva nella sua storia recente. Ce lo dimentichiamo spesso quando ci lamentiamo dell’Italia, ma c’è chi sta decisamente peggio e i 30 anni di legislazione di emergenza egiziana, con le torture e la repressione che li hanno accompagnati, stanno lì a ricordarcelo. Non sappiamo cosa succederà nelle prossime settimane: fare previsioni sarebbe inutile e difficile. Possiamo invece fermarci un secondo a riflettere su ciò che è stato questo inizio di 2011 in Nord Africa. Avvenimenti che ci riguardano da vicino, anche perché parlano di come sta cambiando la politica a tutte le latitudini. Continua a leggere

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Perché i referendum sono importanti

Mercoledì la Corte Costituzionale ha deciso per l’ammissibilità di alcuni importanti quesiti referendari sull’acqua, sul nucleare e sul “legittimo impedimento”. Insieme alle elezioni amministrative sarà questa la battaglia fondamentale di questa primavera, a meno che non vengano convocate le elezioni anticipate. In ballo ci saranno alcuni degli elementi fondanti del “trentennio conservatore italiano”: il deteriorarsi della qualità della democrazia e la restrizione degli spazi di partecipazione, l’affermazione delle rendite e della finanza a scapito della produzione, la privatizzazione dei beni comuni, la concezione del “Capo” come persona “libera dalle leggi” solo perché eletta dal popolo. Una vittoria dei sì su questi quesiti sarebbe una svolta importante quasi quanto una vittoria nelle elezioni politiche. Vediamo perché.

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Il “nuovo centro” che il PD non vede

Nel PD e su alcuni grandi giornali non si parla d’altro: rinunciare alle primarie è la condizione necessaria per costruire un’ alleanza che vada da Fini a Diliberto per constrastare la minaccia autoritaria dell’attuale centrodestra. Una visione miope e improbabile (Fini e Casini hanno già detto di no molte volte ad uno schieramento che includa Di Pietro e Vendola) e che può portare a due scenari uno peggiore dell’altro: un’alleanza che comprenda solo il PD e il Terzo Polo e che secondo un sondaggio di Diamanti poco citato avrebbe solo il 30,8%, lasciando il 28,8% a SEL, IDV e FdS e ovviamente facendo vincere il centrodestra con meno del 40% dei voti; oppure un centrosinistra privo di idee, che arriva alle elezioni impreparato, senza aver tenuto le primarie e senza aver mobilitato i propri elettori. Insomma, quanto già successo nelle regionali laziali. Continua a leggere

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Realismo e ambizione. Ancora sulla proposta Bersani

L’articolo sul Manifesto di sabato di Diletti e Toaldo suggerisce un interrogativo non irrilevante: è possibile raccogliere un sufficiente consenso popolare attorno alla proposta  di andare al voto con una grande alleanza costituzionale?

Il punto, infatti, è che la sussistenza di questa necessità, di cui parlava Prospero sul Manifesto di giovedì scorso, non è condizione sufficiente per vincere. Diletti e Toaldo lo spiegano molto bene. C’è una vasta area di elettorato che o non vota o che, pur essendosi schierata a sinistra in passato, nel 2008 ha votato per Berlusconi.

Insomma, la sfida ineludibile nella prossima campagna elettorale è quella di individuare una serie di buoni argomenti per “donne che fanno  mestieri precari o addirittura lavorano nell’economia informale” e per “i nuovi astensionisti” a cui fanno riferimento Diletti e Toaldo. L’impresentabilità di Berlusconi, per quanto certa, non è un argomento spendibile, comunque non vincente. Continua a leggere

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5 cose da fare ora

Alcuni avevano aspettato il voto del 14 dicembre come se fosse un nuovo 25 luglio: un crollo interno del regime con alcuni suoi esponenti di spicco che depongono il Capo. Per altri era una strategia più sofisticata, attraverso una sfida simbolica e culturale dentro il campo della destra – attraverso la fondazione Fare Futuro – e la ricerca di spazi di alleanza dentro la società e con i poteri “forti” – stanchi e divisi – disposti a opporsi al regno di Silvio Berlusconi. Perché abbattere Berlusconi non può essere solo congiura “di palazzo”, e la strana destra di Fini aveva compreso la complessità della sfida più di quanto abbia fatto il centrosinistra dal 2008 ad oggi. Questa intuizione aveva prodotto strumenti adeguati agli obiettivi? Col senno di poi, no. Ma la “congiura” era il passaggio più importante: per ora non ha funzionato, ha vinto Berlusconi. Continua a leggere

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Fare le riforme senza farsi del male

In Italia Obama è ancora un mito, in America un po’ meno. Oggi è il suo compleanno e forse sarà un po’ preoccupato per l’autunno che l’aspetta. Le elezioni di mezzo termine che si svolgeranno il 2 novembre rischiano di vedere un arretramento per i democratici al Congresso (qui le previsioni per la camera e qui quelle per il senato). Non è detto che vada così male: la base democratica non è ancora mobilitata, l’affluenza è la vera incognita e non a caso uno dei maggiori politologi americani, Larry Sabato, da ancora in testa il partito dell’asinello. E’ esagerato dire che la popolarità del presidente sia in picchiata: basta vedere le indagini PEW per capire che, in un semestre molto difficile, ha perso solo l’1%. Quello che si può dire da ora è che, nonostante l’amministrazione abbia messo in campo un progetto di riforme molto ambizioso, questo non è riuscito finora ad entusiasmare l’opinione pubblica americana. Il “gap di entusiasmo” dell’amministrazione Obama ha qualcosa da insegnare a chi voglia fare riforme anche da questa parte dell’oceano. Continua a leggere

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