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La partita europea sull’aborto.

parlamento-europeo-lgbtqLa bocciatura al Parlamento Europeo della proposta di risoluzione sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi (Sexual and Reproductive Health and Right) di cui era relatrice la socialista Estrela in Italia ha fatto molto clamore perché tra le astensioni che l’hanno resa possibile vi sono quelle di sette parlamentari del Partito Democratico. Titoli di giornali e argomentazioni, sia tra i critici che tra i difensori di tale scelta, hanno in genere attribuito alla proposta di Estrela l’affermazione del “diritto di aborto” come diritto umano.

Non riuscivo a crederci e ho deciso di leggere il testo della risoluzione bocciata. Continua a leggere

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Lavorare stanca. Sulle “riforme” delle pensioni

dgb-logo-4c-cmyk-ohne-schattenFra le «riforme» di stampo neoliberista, l’innalzamento dell’età pensionabile è una di quelle che non mancano mai. Non c’è «raccomandazione» della troika formata da Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Commissione europea che non contempli una revisione del sistema di previdenza «per adeguarlo ai cambiamenti demografici», rendendolo «sostenibile nel lungo periodo». Una ricetta che vale sempre, per qualunque Paese: dal Portogallo alla Grecia, passando naturalmente anche per l’Italia. (Sul blog ne parlammo già qua).
Ne sa qualcosa il governo socialista francese, che sino ad ora si è rifiutato di applicare gli insistenti «suggerimenti» che arrivano da Bruxelles, tenendo duro nella difesa dei diritti acquisiti dai lavoratori transalpini. Difficile ipotizzare quanto la resistenza di François Hollande possa durare, soprattutto se alle elezioni tedesche di settembre l’attuale maggioranza di centro-destra guidata da Angela Merkel dovesse risultare confermata. Come appare, purtroppo, probabile.
La Germania, infatti, è stata pioniera nella «riforma» pensionistica e, come su tutto il resto, detta la linea. Nel 2007, la Grosse Koalition formata da democristiani (Cdu) e socialdemocratici (Spd) stabilì che i cittadini tedeschi hanno diritto a ritirarsi dal lavoro a 67 anni, e non più a 65 come era in precedenza. Una legge che venne duramente osteggiata dalla confederazione sindacale unitaria (Dgb) e che costò una grave perdita di consenso alla Spd alle successive elezioni del 2009.
A poco meno di tre mesi dal ritorno alle urne, il sindacato fa sentire nuovamente la propria voce. O meglio, dà voce ai lavoratori attraverso un’indagine statistica, condotta su un campione di 5mila persone. Dai risultati dello studio, resi noti da pochi giorni, risulta che la maggioranza di chi oggi ha un impiego non crede di poter resistere in buona salute lavorando sino ai 67 anni. Naturalmente, contano le differenze di comparto: fra scienziati e tecnici di laboratorio, il 65% pensa di potercela fare fino all’età legalmente prevista, mentre nel settore della cura alle persone sono solo il 20% a ritenerlo possibile. Percentuali molto basse si trovano anche fra i metalmeccanici e gli edili.
Alla luce di simili dati, il sindacato tedesco chiede al governo – ma, di fatto, parla ai partiti in campagna elettorale – di impegnarsi per «migliorare con urgenza le condizioni di lavoro» e di tornare alle norme sull’età pensionabile valide prima della riforma del 2007. Già il traguardo dei 65 anni, sottolinea la Dgb, risulta essere, in molti casi, difficile da raggiungere restando in buona salute psico-fisica. Nelle tesi del sindacato tedesco non c’è, dunque, nulla di rivoluzionario: la coalizione di centro-destra che sostiene la Cancelliera Merkel, tuttavia, non ne vuole sentire.
A sinistra l’attenzione al tema è più alta. I social-comunisti della Linke, da sempre ostili alle «riforme» che significano tagli alle prestazioni sociali, vedono nei risultati dell’inchiesta della Dgb una conferma delle proprie idee. Come alternativa alle norme vigenti propongono un sistema di accesso alle pensioni che sia flessibile, calibrato su bisogni diversi. E che consenta a chi ha lavorato 40 anni di potersi ritirare al compimento dei 60. Favorevoli ad un sistema più flessibile anche i Verdi, che però ritengono si debba mantenere l’innalzamento a 67 anni. La Spd, dopo aver votato la «riforma» contestata ed essere incorsa nella peggior débâcle elettorale della sua storia, ha fatto mea culpa: ora propone che i lavoratori con 45 anni di attività possano andare in pensione a 63 anni.

Jacopo Rosatelli

(articolo pubblicato su il Manifesto del 27/6/2013)

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Superare l’austerità? Perché è importante il dibattito nel centrosinistra

A quattro anni dall’inizio della crisi, a tre dal suo “contagio” in Europa e il conseguente avvio della stagione “dell’austerità”, si sta pian piano affermandouna consapevolezza diffusa del fatto che le ricette imposte ai paesi dell’area Euro dall’asse conservatore Bruxelles-Francoforte-Berlino non stanno affatto funzionando. Anzi, contribuiscono all’aggravarsi della situazione economica dei paesi periferici della zona Euro dove la disoccupazione continua a crescere e gli effetti della crisi vengono scontati quasi interamente dai ceti popolari. Continua a leggere

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Che succede a Madrid?

Immagine tratta da exabruptoblog.blogspot.com

«Quando in questi giorni sento un elicottero, capisco che è ora di avviarmi verso la plaza de Neptuno», commenta Cristina, con me in piazza in mezzo a migliaia di persone. Una battuta particolarmente azzecata la sua, in questa settimana “calda” madrilena, in cui lo sproporzionato dispiegamento poliziesco e la brutale repressione di martedì scorso si sono trasformati in uno dei principali catalizzatori della protesta. Il numero dei manifestanti radunatisi sabato 29 settembre, di fronte al Congreso de los diputados (la Camera dei deputati spagnola) era superiore a quello del primo appuntamento, martedì 25. Continua a leggere

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Lettera ai nostri amici europei sulla crisi italiana

Da più di un anno l’Italia è sotto l’attacco della speculazione finanziaria e ha già approvato diverse riforme nel segno dell’austerità: tagli alla spesa sociale, innalzamento dell’età pensionabile, lotta contro la “rigidità” del mercato del lavoro, nessuna nuova tassa per i più ricchi. In questo, le differenze tra il governo Berlusconi e quello Monti non sono state radicali: tanto è vero che il secondo ha dovuto in gran parte mantenere le promesse fatte dal primo nella lettera al Consiglio Europeo inviata il 26 ottobre 2011.
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Per molti, ma non per tutti. L’università secondo le destre europee (e secondo Monti?)

Il primo ministro britannico David Cameron. Foto tratta dal blog yearof1989

Con alcuni recenti provvedimenti del governo Monti, soprattutto con la cosiddetta “spending review”, sono stati apportati ulteriori tagli all’università. Vengono toccati soprattutto il reclutamento di nuovi ricercatori, ulteriormente bloccato, e le tasse universitarie. Una politica, soprattutto quest’ultima, che è in linea con quanto fatto dalla coalizione di centrodestra al governo in Gran Bretagna. Una continuità, questa, tra le politiche italiane e quelle dei conservatori inglesi che deve far riflettere. Ecco alcuni dati per capirci di più.

Già il governo laburista aveva alzato le tasse universitarie per gli studenti britannici portando il tetto oltre le 3mila sterline, circa 3600 euro annui. La coalizione tra conservatori e liberal-democratici ha ulteriormente innalzato il tetto a 9mila sterline, cioè più di 10mila euro l’anno. Contemporaneamente veniva istituito un sistema di prestiti d’onore: se uno studente non ce la fa a pagare le tasse, lo Stato garantirà per lui un prestito bancario che potrà ricominciare a pagare una volta che avrà trovato un lavoro. Una conseguenza di questo sistema è che, già oggi, le facoltà umanistiche e di scienze sociali sono meno attraenti: quale lavoro con quei titoli di studio potrà permettere di ripagare in fretta un prestito da alcune decine di migliaia di euro? Si è molto ristretto di conseguenza il mercato del lavoro per la ricerca e l’insegnamento in quelle facoltà. Ma questo, secondo alcuni, potrebbe non essere uno svantaggio. Il Financial Times di ieri, però, ci informava che c’è stata una più generale contrazione di studenti immatricolati in Inghilterra: il 5% tra i giovani ma ben il 15% tra gli adulti. Non solo, calava l’afflusso verso l’Inghilterra da parte della Scozia, del Galles e dell’Irlanda del Nord, le regioni più povere del Regno Unito. Aumentava invece il numero di studenti stranieri, soprattutto esterni all’Unione Europea. Per chi viene dalla Cina o dall’India, infatti, le rette erano già molto alte prima e non a caso molti atenei preferiscono avere più studenti di questo tipo.

Il Regno Unito è stato da tempo il luogo di sperimentazione di alcune politiche per l’università. I criteri “bibliometrici” per la valutazione prevalentemente quantitativa della ricerca furono introdotti qui sotto la Thatcher e furono piuttosto utili per irregimentare e tagliare il sistema. Oggi il rapido aumento delle tasse e l’introduzione su vasta scala del prestito d’onore cambiano l’accesso all’università: meno adulti (ma non eravamo la società della conoscenza dove tutti dovevano formarsi in continuazione?), meno studenti dalle zone svantaggiate del Paese, più “classi dirigenti” dei Paesi emergenti.

La spending review del governo Monti si muove in una direzione simile, ed è difficile scorgere una vera discontinuità con lo spirito della riforma Gelmini e dei tagli di Tremonti. Abbiamo parlato qui degli effetti di quella legge sul licenziamento di decine di migliaia di precari. La spending review invece rallenta ulteriormente il reclutamento di nuovi ricercatori e blocca l’avanzamento di quelli attualmente dentro – e che percepiscono, bisogna chiarirlo, stipendi ridicoli a fronte di un impegno lavorativo a volte maggiore dei loro superiori di grado. Già oggi l’università e la scuola sono uno dei settori dove più largo è il precariato, un fenomeno che, ci informa la CGIA di Mestre, riguarda per il 34% il settore pubblico. Chi si candida a guidare il Paese dal 2013 potrebbe già impegnarsi a ridurre la precarietà nella parte di mondo del lavoro più dipendente dalle politiche pubbliche.

D’altronde, il progetto è involontariamente coerente: servirà meno gente ad insegnare e fare ricerca perché ci saranno meno studenti. In un articolo sull’Unità di oggi il responsabile università del PD Walter Tocci chiarisce alcuni aspetti della “review” (a proposito, visto che si operano dei tagli, perché questa ipocrisia della “revisione” e non la sincerità di chiamarli semplicemente “spending cuts”, cioè tagli?): 400 milioni già tagliati in precedenza e confermati, 150 milioni alle borse e alle attività di ricerca, 200 milioni con il blocco del turn over. Come si compensano questi tagli? Consentendo alle università di sforare l’attuale tetto del 20%: oggi potevano chiedere direttamente agli studenti non più del 20% di quanto ricevevano dallo Stato. Il meccanismo di “revisione” è complicato ma il risultato, secondo Tocci, sarà che si potrebbe arrivare ad aumenti di 1000 euro in più all’anno per studente. Senza contare le inesistenti politiche per il diritto allo studio in questo Paese per cui, dovendo pagare un affitto, i trasporti e dovendo mantenersi uno studente che voglia proprio vivere miseramente già oggi difficilmente spende meno di 10mila euro l’anno.

Già oggi l’università italiana, come scrisse qui Alfredo Amodeo, è uno dei fattori negativi della mobilità sociale: i figli degli architetti fanno gli architetti, i figli dei farmacisti faranno i farmacisti. Con buona pace della meritocrazia. Gli iscritti già quest’anno sono calati del 10% – ma sono aumentati, guarda un po’, nelle università private. Si vuole davvero continuare così? Come su altri fronti, non è vero che si tratti di tagli inevitabili: la spesa si può veramente riqualificare (questo vuol dire “review”) cioè spostare da settori improduttivi e frutto di corruzione e commistione tra politica e affari verso i servizi agli studenti e la ricerca; si può reintrodurre la tassa di successione sui grandi patrimoni che, da sola, potrebbe colmare i tagli operati negli ultimi anni; si può devolvere qui una parte di proventi provenienti da nuove imposte sulla rendita finanziaria e immobiliare. Si tratta, insomma, di avere il coraggio di attaccare il Partito della rendita per costruire un nuovo modello di sviluppo e produrre nuovi beni pubblici.

Cosa ne pensa chi si candida a guidare, per il centrosinistra, il Paese dopo il 2013?

(Mattia Toaldo)

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“I soldi non ci sono, bisogna tagliare”. Mica tanto vero.

Immagine tratta dal sito de L'Espresso

“Non ci sono i soldi, bisogna tagliare la spesa”. E, nella maggior parte dei casi, si taglia la spesa sociale, per l’istruzione, per la cultura. Cioè si taglia la speranza che questo Paese esca dalla crisi con un’economia ed una società più sane di prima. Alfredo Amodeo spiegò su questo blog come il governo Berlusconi avesse, con la scusa della crisi, praticamente azzerato i fondi per le politiche sociali e come si potesse invece riformare  e rendere più efficiente quel settore di spesa pubblica. Quello che bisogna invece ribadire qui è che l’assunto che “i soldi non ci sono” non è poi mica tanto vero. I soldi ci sono, bisogna avere il coraggio di andarli a prendere dove stanno. Ecco due idee. Continua a leggere

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