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L’autunno che comincia al Valle

Dal 14 giugno il Teatro Valle di Roma è occupato dai lavoratori dello spettacolo e dai precari della conoscenza. Non protestano solo contro la svendita e lo smantellamento di uno dei più importanti teatri pubblici italiani: stanno anche elaborando proposte per una diversa gestione della cultura e dell’industria creativa in questo Paese. Per venerdì 30 settembre hanno chiamato a raccolta in un’assemblea “le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo, della cultura, dell’arte, dell’editoria, della comunicazione, dell’università e della scuola, studenti e studentesse dell’università e delle accademie d’arte” per tirare il filo delle questioni comuni non solo ai lavoratori dell’immateriale ma ad un’intera generazione.

Il Valle Occupato è un’esperienza che ha sollevato tanti problemi di rilevanza generale. Proviamo a vedere cosa hanno da dire all’autunno italiano che già si preannuncia pieno di appuntamenti: la manifestazione di SEL del primo ottobre, la mobilitazione degli studenti del 7, quella degli indignati il 15 ed infine, un po’ più lontana, quella del PD il 5 novembreContinua a leggere

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Un’altra finanziaria si può fare

Il primo ministro inglese conservatore Margaret Thatcher amava dire spesso una frase: “There Is No Alternative”, non c’è scelta. Con la sua elezione nel 1979, e ancora di più con la vittoria di Reagan in America nel 1980, cominciava quel trentennio conservatore che speravamo di esserci lasciati alle spalle con l’elezione di Barack Obama neanche tre anni fa. Sembrava che dalla crisi potesse uscire un’economia meno ingiusta e più sostenibile. E invece il vento è cambiato davvero, ma non nella direzione che pensavamo in tanti il giorno dopo l’elezione di Giuliano Pisapia o dopo la vittoria nei referendum.

L’ “amara medicina” che cercano di propinare i sostenitori dell’attuale manovra finanziaria si basa proprio sulla formula thatcheriana del “non c’è scelta”. Bisogna fare così, altrimenti il Paese va a rotoli. C’è un solo modo per evitare il disastro, dicono costoro: accettare i sacrifici inevitabili che comporta il “risanamento dei conti”. La finanziaria italiana, un po’ come quelle approvate prima di essa in Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, carica tutto il peso del “risanamento” su una parte sola della popolazione, di solito la più povera e la meno potente. Ma davvero “non c’è scelta”?

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L’anticristo Berlusconiano e i suoi Katechontes

Il katechon è una figura teologica antica che la fede cristiana e il pensiero teologico-politico
occidentale hanno riferito a diversi attori storici. Nell’oscura formulazione di San Paolo, è una
potenza nemica che impedisce la manifestazione dell’Anticristo nei tempi ultimi e contrasta così
anche l’avvento del regno di Dio. Di lì a un centinaio d’anni, per alcuni intellettuali cristiani, meno ansiosi di assistere alla fine della storia e più allettati dal secolo, il katechon assumerà le fattezze politico-istituzionali dell’impero romano; per Carl Schmitt, come noto, esso è impersonato dal Sacro Romano Impero dei re germanici. Non so se Marx ed Engels abbiano mai utilizzato la figura del katechon, ma, nel loro caso, si sarebbe attagliato benissimo a socialisti piccoloborghesi come Eugen Dühring.

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Il “nuovo centro” che il PD non vede

Nel PD e su alcuni grandi giornali non si parla d’altro: rinunciare alle primarie è la condizione necessaria per costruire un’ alleanza che vada da Fini a Diliberto per constrastare la minaccia autoritaria dell’attuale centrodestra. Una visione miope e improbabile (Fini e Casini hanno già detto di no molte volte ad uno schieramento che includa Di Pietro e Vendola) e che può portare a due scenari uno peggiore dell’altro: un’alleanza che comprenda solo il PD e il Terzo Polo e che secondo un sondaggio di Diamanti poco citato avrebbe solo il 30,8%, lasciando il 28,8% a SEL, IDV e FdS e ovviamente facendo vincere il centrodestra con meno del 40% dei voti; oppure un centrosinistra privo di idee, che arriva alle elezioni impreparato, senza aver tenuto le primarie e senza aver mobilitato i propri elettori. Insomma, quanto già successo nelle regionali laziali. Continua a leggere

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Realismo e ambizione. Ancora sulla proposta Bersani

L’articolo sul Manifesto di sabato di Diletti e Toaldo suggerisce un interrogativo non irrilevante: è possibile raccogliere un sufficiente consenso popolare attorno alla proposta  di andare al voto con una grande alleanza costituzionale?

Il punto, infatti, è che la sussistenza di questa necessità, di cui parlava Prospero sul Manifesto di giovedì scorso, non è condizione sufficiente per vincere. Diletti e Toaldo lo spiegano molto bene. C’è una vasta area di elettorato che o non vota o che, pur essendosi schierata a sinistra in passato, nel 2008 ha votato per Berlusconi.

Insomma, la sfida ineludibile nella prossima campagna elettorale è quella di individuare una serie di buoni argomenti per “donne che fanno  mestieri precari o addirittura lavorano nell’economia informale” e per “i nuovi astensionisti” a cui fanno riferimento Diletti e Toaldo. L’impresentabilità di Berlusconi, per quanto certa, non è un argomento spendibile, comunque non vincente. Continua a leggere

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5 cose da fare ora

Alcuni avevano aspettato il voto del 14 dicembre come se fosse un nuovo 25 luglio: un crollo interno del regime con alcuni suoi esponenti di spicco che depongono il Capo. Per altri era una strategia più sofisticata, attraverso una sfida simbolica e culturale dentro il campo della destra – attraverso la fondazione Fare Futuro – e la ricerca di spazi di alleanza dentro la società e con i poteri “forti” – stanchi e divisi – disposti a opporsi al regno di Silvio Berlusconi. Perché abbattere Berlusconi non può essere solo congiura “di palazzo”, e la strana destra di Fini aveva compreso la complessità della sfida più di quanto abbia fatto il centrosinistra dal 2008 ad oggi. Questa intuizione aveva prodotto strumenti adeguati agli obiettivi? Col senno di poi, no. Ma la “congiura” era il passaggio più importante: per ora non ha funzionato, ha vinto Berlusconi. Continua a leggere

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Questa volta si può fare

Visti gli avvenimenti di questa estate è lecito pensare che la prossima primavera ci saranno elezioni anticipate. E’ già iniziato il dibattito nel centrosinistra su come vincerle, vale la pena allora fare un ripasso ragionato su come si sono perse le elezioni dal 2008 ad oggi e su quali sono i fattori cruciali a cui guardare per capire quale campagna elettorale fare, su quali temi puntare e quale coalizione formare. Continua a leggere

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