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Transizione o Rottura?

Mario Monti, foto tratta da http://www.gadlerner.it

Silvio Berlusconi si è dimesso e Mario Monti si appresta a divenirne il successore. Si apre una fase nuova, incerta e diversa per molti aspetti da quanto accaduto nel resto del continente. In Portogallo, Spagna e Grecia le situazioni d’emergenza non preludono a ristrutturazioni profonde del quadro politico; nel nostro Paese, invece, è assai probabile che sia così. A Madrid e ad Atene, e prima a Lisbona, una politica debole e in crisi quanto si vuole “amministra” l’emergenza, nella maniera in cui è capace: attraverso l’indizione di nuove elezioni, magari precedute da un breve Esecutivo appoggiato lealmente da (quasi) tutti. In Italia noi stiamo vivendo, contemporaneamente, la gestione di una drammatica situazione eccezionale e un passaggio di regime, quell’agognata Transizione dal ventennio ad un incerto post-berlusconismo. L’intreccio e la sovrapposizione fra le due situazioni (gestione dell’emergenza e Transizione) rende tutto dannatamente complicato. Ed espone a rischi gravissimi proprio chi avrebbe dovuto beneficiarsi (c’era persino il conforto dei sondaggi) della fine del ventennio: noi, la sinistra. Continua a leggere

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L’autunno che comincia al Valle

Dal 14 giugno il Teatro Valle di Roma è occupato dai lavoratori dello spettacolo e dai precari della conoscenza. Non protestano solo contro la svendita e lo smantellamento di uno dei più importanti teatri pubblici italiani: stanno anche elaborando proposte per una diversa gestione della cultura e dell’industria creativa in questo Paese. Per venerdì 30 settembre hanno chiamato a raccolta in un’assemblea “le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo, della cultura, dell’arte, dell’editoria, della comunicazione, dell’università e della scuola, studenti e studentesse dell’università e delle accademie d’arte” per tirare il filo delle questioni comuni non solo ai lavoratori dell’immateriale ma ad un’intera generazione.

Il Valle Occupato è un’esperienza che ha sollevato tanti problemi di rilevanza generale. Proviamo a vedere cosa hanno da dire all’autunno italiano che già si preannuncia pieno di appuntamenti: la manifestazione di SEL del primo ottobre, la mobilitazione degli studenti del 7, quella degli indignati il 15 ed infine, un po’ più lontana, quella del PD il 5 novembreContinua a leggere

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Un’altra finanziaria si può fare

Il primo ministro inglese conservatore Margaret Thatcher amava dire spesso una frase: “There Is No Alternative”, non c’è scelta. Con la sua elezione nel 1979, e ancora di più con la vittoria di Reagan in America nel 1980, cominciava quel trentennio conservatore che speravamo di esserci lasciati alle spalle con l’elezione di Barack Obama neanche tre anni fa. Sembrava che dalla crisi potesse uscire un’economia meno ingiusta e più sostenibile. E invece il vento è cambiato davvero, ma non nella direzione che pensavamo in tanti il giorno dopo l’elezione di Giuliano Pisapia o dopo la vittoria nei referendum.

L’ “amara medicina” che cercano di propinare i sostenitori dell’attuale manovra finanziaria si basa proprio sulla formula thatcheriana del “non c’è scelta”. Bisogna fare così, altrimenti il Paese va a rotoli. C’è un solo modo per evitare il disastro, dicono costoro: accettare i sacrifici inevitabili che comporta il “risanamento dei conti”. La finanziaria italiana, un po’ come quelle approvate prima di essa in Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, carica tutto il peso del “risanamento” su una parte sola della popolazione, di solito la più povera e la meno potente. Ma davvero “non c’è scelta”?

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L’onda lunga di Genova

I referendum del 12 e 13 giugno hanno raggiunto il quorum dopo 15 anni che questo non accadeva. Ha contato certamente la fase politica, la percezione della fine di un ciclo elettorale fin qui caratterizzato dalla vittoria della coalizione berlusconiana. Il momento, nonostante le preoccupazioni per il mancato accorpamento del voto, non poteva essere migliore per mobilitare il senso di rivalsa dell’elettorato di opposizione galvanizzato dalle amministrative. L’impatto emotivo dell’incidente di Fukushima e del pericolo della “privatizzazione dell’acqua” sono stati ovviamente determinati. C’è chi si è spinto fino ad annunciare un ruolo finalmente incisivo di internet e della mobilitazione a rete.

I fenomeni di massa hanno sempre spiegazioni molteplici, ma tra queste vorremmo cercare di rintracciare il filo che collega il voto di giugno con l’origine della campagna per l’acqua pubblica più di 10 anni fa, attraverso i paradigmi culturali e le pratiche organizzative del movimento che ha promosso i referendum. Continua a leggere

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Dopo i referendum, l’economia e la politica del noi

I referendum sono stati una vittoria importante e ora tocca a noi capire come tradurli in politica. I sì ai 4 quesiti sono equivalenti al 54% degli italiani adulti, una maggioranza assoluta che, nella seconda repubblica, non si è raggiunto quasi mai: sicuramente non nelle elezioni politiche che, tranne un’eccezione nel 2006, hanno sempre visto il prevalere di coalizioni che avevano la maggioranza relativa. I temi e la natura della campagna referendaria combinati con l’aggravarsi della crisi economica hanno lasciato la destra senza parole e, anche qui per la prima volta nella seconda repubblica, l’hanno costretta in molti casi ad andare a traino dei temi del centrosinistra: non era più il tempo in cui i politici della sinistra dovevano inchinarsi al mantra della “sicurezza”, il 12 giugno sono stati i leghisti a dover rincorrere l’acqua pubblica e il no al nucleare. Ma non va tutto bene, anzi. Ha ragione Guido Viale sul Manifesto: la crisi tenderà ad aggravarsi e oramai la domanda è se la Grecia si dichiarerà insolvente prima di aver spremuto i suoi lavoratori e aver svenduto i suoi beni comuni oppure dopo tutto questo. Anche qui da noi, di fronte ai capannoni vuoti e alle aziende che si trasferiscono all’estero pur facendo profitti le campagne xenofobe della Lega così come quelle per il trasferimento dei ministeri al nord suonano di volta in volta patetiche o profondamente inadeguate, e molto spesso entrambe le cose contemporaneamente.

Come uscire dalla crisi, con quale economia e con quali forme della politica, sarà la vera questione dei prossimi anni per la sinistra italiana. Le ricette del passato – sia il mantra della crescita senza aggettivi che la “decrescita” proposta da altri – secondo Viale non funzionano. Vale la pena leggere 2 testi che ci aiutano a intravedere se non la via d’uscita, perlomeno come bisogna impostare il discorso. Continua a leggere

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La vittoria della lunga durata (e perché la destra ha votato ai referendum)

Io credo innanzi tutto che questa sia una vittoria in cui hanno contato pratiche di lunga durata, un dato difficilmente replicabile ma strategico per tutti i discorsi politici di cui dovremmo occuparci per andare al governo e per rimanerci. Credo di aver discusso della prima volta del problema della privatizzazione dell’acqua nel 2005. Forse addirittura prima, in anni in cui si avvertiva ancora forte lo spirito di Genova 2001. Uno spirito che si è materializzato nei seggi. Insomma un partito che ora non c’è più, il PRC,  e i soggetti meticci dei social forum, oggi apparentemente estinti, già lavoravano, e lavoravano bene, per vincere un referendum che ancora non esisteva.

La battaglia sul nucleare è addirittura più antica, risale agli anni ’80. Lì un referendum si era già addirittura vinto nel 1987 (affluenza 65,1%, Sì al primo quesito 80,6%, al secondo 79,7%, al terzo 71,9%). Insomma per vincere questi referendum si è mobilitata tutta una generazione di dirigenti politici, membri di associazioni e gruppi di pressione, militanti di base, persone che si sono “fatte il mazzo” in rete e fuori, con video virali e convenzionali volantinaggi, prolungando nel tempo la campagna, fino a far diventare la posizione dei grandi partiti quasi ininfluente.  Continua a leggere

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Non è più tempo di “meno tasse per tutti”, Milano sì muove per prima

Il 12 e 13 giugno a Milano si sono votati ben 9 referendum. Accanto ai 4 quesiti nazionali, infatti, c’erano 5 referendum comunali “per l’ambiente e la qualità della vita a Milano”. Ma facciamo un passo indietro. Ricordate la promessa della Moratti a pochi giorni dal voto di eliminare il pedaggio che lei stessa aveva introdotto per la circolazione automobilistica? «Basta Ecopass e sosta gratis per i residenti anche nelle strisce blu», titolava il Corriere edizione Milano. Sembrava l’abolizione dell’Ici, la travata elettorale demagogica ma estremamente popolare in grado di far conquistare consensi nella sfida all’ultimo voto.

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