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Campagne di primavera

Qui sopra lo spot elettorale del candidato socialista alla carica di presidente della Comunità autonoma di Madrid: parlammo di lui qui. Uno spot che si potrebbe riproporre quasi uguale nella campagna italiana per i referendum del 12 giugno, insieme allo slogan “difendi quello che è pubblico”. L’appuntamento referendario, ammesso che il governo non lo blocchi con dei decreti ad hoc, sarà molto importante e potrebbe cambiare significativamente il dibattito politico nel Paese (qui la nostra guida ai referendum). Prima però ci sono le elezioni di domenica prossima: forse la città più importante dove si vota è Milano, la capitale della destra italiana. I risultati potrebbero cambiare gli equilibri a destra ma anche segnare una nuova fase a sinistra, come scrivemmo qui.

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Acqua pubblica: non un sogno ma una solida realtà

In alcune località della Puglia si è iniziato ad avere accesso continuo all’acqua corrente, per la prima volta dopo tanti anni, anche d’estate. Tutto ciò avviene perché l’Acquedotto Pugliese è stato risanato. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, specie nel paese che gli acquedotti li ha inventati. La notizia, riportata tra gli altri da Repubblica Affari & Finanza di lunedì, è tutt’altro che banale da molti punti di vista. Il cattivo funzionamento dell’Acquedotto Pugliese non solo è stato per decenni l’esempio del fallimento dell’intervento pubblico nell’economia e dell’assistenzialismo, ma ha anche finito per essere simbolo della inefficienza economica del nostro Meridione. Continua a leggere

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Perché i referendum sono importanti

Mercoledì la Corte Costituzionale ha deciso per l’ammissibilità di alcuni importanti quesiti referendari sull’acqua, sul nucleare e sul “legittimo impedimento”. Insieme alle elezioni amministrative sarà questa la battaglia fondamentale di questa primavera, a meno che non vengano convocate le elezioni anticipate. In ballo ci saranno alcuni degli elementi fondanti del “trentennio conservatore italiano”: il deteriorarsi della qualità della democrazia e la restrizione degli spazi di partecipazione, l’affermazione delle rendite e della finanza a scapito della produzione, la privatizzazione dei beni comuni, la concezione del “Capo” come persona “libera dalle leggi” solo perché eletta dal popolo. Una vittoria dei sì su questi quesiti sarebbe una svolta importante quasi quanto una vittoria nelle elezioni politiche. Vediamo perché.

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Domenica (non) si torna a votare al referendum

Domenica si vota per il referendum Segni-Guzzetta (qui il loro sito). Ancora pochi sanno che si vota, pochissimi sanno su che cosa. Per l’ennesima volta nella storia italiana recente gli elettori sono chiamati alle urne non per decidere delle loro vite ma per approvare o bocciare una proposta di legge elettorale: è la saga infinita della “transizione italiana” in cui mentre il tenore di vita di una parte consistente della popolazione peggiora, c’è una piccola elite che si appassiona al maggioritario secco piuttosto che al sistema australiano (esiste davvero). Un po’ di informazioni a favore della causa dell’astensione allora.

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3 buone notizie

Agli scienziati della politica l’approfondimento analitico dei dati. Intanto qualche prima osservazione statisticamente fondata sul solo voto italiano:

  1. La maggioranza di Berlusconi è al palo.

    Se il saldo percentuale è in pareggio (- qualche spicciolo rispetto alle politiche del 2008), quello in termini assoluti vede un calo di 3 milioni di voti al Popolo della libertà, non compensato dai circa 100mila voti guadagnati dalla Lega. Ora sappiamo cosa farcene degli indici di gradimento vantati da Berlusconi una settimana sì e l’altra pure.

  2. Le opposizioni rappresentano metà del Paese.

    Composite, disperse, forse incompatibili, le forze del Centro Sinistra che fu guadagnano quasi un punto e mezzo rispetto alle politiche di un anno fa, con Di Pietro che guadagna 800mila voti, i Radicali che riducono il calo del Pd e le liste della sinistra che – complessivamente – guadagnano 200mila voti in termini assoluti. Al loro fianco l’Udc tiene i suoi voti e aumenta percentualmente. In tutto le opposizioni al Governo fanno (quasi) il 50% degli elettori. Come si componga – di qui al 2013, passando per le regionali del prossimo anno – questa maionese senza farla impazzire attiene all’arte della politica, se ce ne è una.

  3. Agli italiani e alle italiane non piace il bipartitismo.

    Appena sono stati lasciati liberi dal “voto utile”, gli elettori e le elettrici italiani hanno ridotto del 10% i consensi ai due principali partiti, che perdono complessivamente 6 milioni e mezzo di voti. Il 40% degli elettori non vota per il binomio. Forse bisognerà tenerne conto al referendum e dopo.

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