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Oggi in Spagna, domani in Italia. Come ti distruggo il mondo del lavoro senza creare un posto in più

Il primo ministro conservatore spagnolo Mariano Rajoy. Foto tratta dal sito del Globe and Mail.

Non è una novità: il diritto del lavoro è terreno di caccia per i detentori del potere politico-economico in tutta Europa. La «modernizzazione» delle relazioni fra lavoratori e impresa è un tassello fondamentale dell’impianto ideologico neoliberista e, dunque, rappresenta uno dei passaggi obbligati per qualunque governante che voglia ingraziarsi il Consenso di Bruxelles, ovverosia della destra egemone a livello comunitario. La cieca determinazione con la quale molti esecutivi continentali attuano la loro «politica di riforme» non ha nulla da invidiare a quella che pervadeva i pianificatori dei paesi del socialismo reale: il buon senso e l’evidenza della realtà non intaccano la fede nei dogmi delle religioni politiche. Continua a leggere

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L’Europa politica e la sinistra

La cittadina di Maastricht, dove il 7 febbraio 1992 fu firmato il trattato che diede vita all'Unione Europea. (foto tratta da http://citytripmaastricht.webs.com)

Nei giorni in cui ricorre il decimo anniversario dell’Euro e in cui il futuro stesso della costruzione europea sembra in discussione, continuiamo il dibattito aperto dal post di Jacopo Rosatelli su cosa voglia dire per la sinistra prendere sul serio il mantra dell’ “Europa politica”.  Abbiamo chiesto di esprimersi sull’argomento ad esponenti degli attuali partiti della sinistra italiana. Di seguito il post di Gennaro Migliore di Sinistra Ecologia e Libertà. Continua a leggere

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4.200.000 voti in meno, la sconfitta dei socialisti spagnoli

il leader socialista Rubalcaba, foto tratta da http://www.bloglive.com

Quattro milioni e duecentomila: sono i voti che il Partito socialista ha perso rispetto alle elezioni del marzo 2008. Una cifra enorme, che fotografa in maniera chiara la débâcle: più di un terzo dei cittadini spagnoli che tre anni fa diedero fiducia a José Luís Zapatero ha preferito altre opzioni. Il trionfo del conservatore Partido Popular è quindi soprattutto il frutto di una sconfitta senza precedenti del partito della rosa nel pugno, che conosce il suo peggior risultato dal ritorno della democrazia nel 1977: un magro 28,7%, che vale appena 110 parlamentari. Al di sotto, dunque, della barriera psicologica dei 125 deputati ottenuti nel 2000, quando il Pp dell’allora presidente José María Aznar sconfisse duramente uno Psoe in piena crisi di identità e leadership.

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Spagna: la prossima vittoria della destra liberista?

Mariano Rajoy, leader del Partido Popular e probabile futuro premier spagnolo

A due settimane dal voto, i sondaggi sono impietosi: la distanza fra il conservatore Partido Popular e i socialisti appare incolmabile. Secondo il Cis, il più importante istituto spagnolo d’indagini d’opinione, la formazione guidata da Mariano Rajoy dovrebbe ottenere una schiacciante maggioranza assoluta: 195 seggi in un Parlamento di 350. Una performance seconda solo alla storica vittoria di Felipe González nel 1982, quando il Psoe raggiunse quota 202 deputati: un risultato che segnò un cambio d’epoca. Lo stesso potrebbe avvenire il 20 novembre, se le inchieste sulle intenzioni di voto saranno confermate dallo spoglio delle schede.
I vincitori in pectore, infatti, annunciano nel loro programma ambiziose intenzioni «riformiste», inequivocabili malgrado le formulazioni spesso ambigue. Continua a leggere

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Il 15 ottobre, la mobilitazione globale degli “indignati”

Una foto dalla "Repubblica del Sole"

Non è da tutti dialogare con un premio Nobel per l’economia. Se gli  indignados sono riusciti a farlo, significa che nessuno può più guardarli dall’alto in basso. Di passaggio a Madrid per una serie di conferenze, Joseph Stiglitz ha accettato di buon grado l’invito a partecipare lo scorso lunedi 25 luglio al primo Forum Sociale della spanish revolution. Dall’economista statunitense, autore de La globalizzazione e i suoi oppositori, è giunto il sostegno alle ragioni che spingono migliaia di spagnoli a non arrendersi all’ideologia dell’«assenza di alternative» di fronte al potere dei «mercati». Ed è proprio il riconoscimento della serietà delle loro analisi che permette agli «indignati» di guardare con ottimismo all’impegno che li attende nei prossimi mesi, che si annunciano molto intensi. Sanno di dover bene amministrare l’autorevolezza acquisita nel cammino percorso sin qua: un compito non facile.

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Primarie? In Spagna dicono “stavolta no”

La prima decisione importante dei socialisti spagnoli, dopo la pesante sconfitta alle elezioni amministrative, è di fare a meno delle elezioni primarie per scegliere il prossimo candidato alla presidenza del Governo. Abituati come siamo, da qualche anno a questa parte, a vedere nel ricorso alle primarie un’opportunità per rivitalizzare l’asfittica politica democratica nel nostro paese, restiamo a tutta prima piuttosto sbigottiti. Si è quasi spinti a credere che il PSOE, già punto di riferimento per larghi settori della nostra opinione pubblica progressista, si possa trasformare in poco tempo in paradigma di ogni errore possibile. È davvero così? Continua a leggere

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Le mani in tasca agli italiani

Questo governo si è sempre vantato di rimettere a posto i conti pubblici “senza mettere le mani in tasca agli italiani”.  E’ una delle sue tante bugie, tanto più pesante se letta alla luce di quanto affermato ieri dalla Corte dei Conti: ci aspettano tempi duri, altri “sacrifici inevitabili” per “risanare i conti”. Un ritornello sentito già mille volte, più o meno dai primi anni novanta: l’epoca delle grandi manovre finanziarie ma anche, come abbiamo scritto qui, del significativo aumento delle disuguaglianze. Tra il 1991 ed il 1993 la concomitanza tra la crisi economica e le politiche di rigore finanziario portò ad un aumento delle disuguaglianze del 5%. Non abbiamo più recuperato quello squilibrio e ancora non si sa quanti e quali aumenti dell’indice di Gini (che misura appunto le differenze di reddito all’interno di un Paese) siano stati prodotti dall’attuale crisi combinata con le politiche di Giulio Tremonti. Vediamo infatti con che criterio agisce questo governo quando afferma di non chiedere soldi agli italiani.

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