La debacle diplomatica europea

Catherine Ashton, alto rappresentante per la politica estera dell'UE

La dimostrazione dell’inesistenza di una diplomazia europea: è questo il solo effetto concreto che hanno avuto sulla sponda nord del Mediterraneo le rivoluzioni arabe in Egitto, Tunisia, Barhein, Libia. L’UE si è accontentata di prendere atto della caduta di alcune dittature “amiche”, senza riuscire a prendere la minima iniziativa; cerchiamo di capire le cause di un atteggiamento che tradisce imbarazzo ed egoismo.

1) La debolezza della politica estera UE. La posizione dell’Alto Rappresentante per la politica estera, prevista dal Trattato di Lisbona (2007) per dare una sola voce ai diversi interessi dei membri della UE e fornita per la prima volta di un grande Servizio di azione estera (SEAE), è stata affidata all’inglese Catherine Ashton dopo complesse trattative (ne avevamo parlato qui). Pochi la credevano adatta a ricoprire un ruolo così delicato, perchè il Regno Unito non aderisce all’Euro nè agli accordi di Schengen sulla libera circolazione, dunque ha spesso interessi contrapposti alla UE, e perchè la sua carriera politica non ha nulla a che vedere con gli affari internazionali.

La realtà si è incaricata di concretizzare le peggiori previsioni. Chi temeva le conseguenze del nanismo politico incarnato dalla Ashton tra tanti giganti globali ha dovuto assistere a ben altri effetti deleteri: la politica estera europea sta perdendo ogni ancoraggio con l’Unione Europea. Da un lato c’è la “britannizzazione” del nuovo servizio diplomatico, i cui posti chiave sono stati assegnati a uomini di fiducia del Foreign Office di Londra, fedeli a una visione esclusivamente economica dell’UE; dall’altro la politica di difesa comune è in via di neutralizzazione, a cominciare dalla sua competenza a gestire le crisi umanitarie, appaltata al personale della NATO. Una forza che in queste settimane avrebbe avuto il diritto di intervenire a garanzia del rispetto dei diritti umani e a tutela delle fragili transizioni verso la democrazia, in paesi che distano poche decine di chilometri dai confini dell’Unione.

2) Il (non) travolgente ritorno dello stato-nazione. Perdita di potere e di influenza delle istituzioni comunitarie, in favore di interessi parziali e di breve periodo nelle decisioni comuni: l’azione di Lady Ashton riflette questa tendenza, in corso da più di un decennio nella politica europea. Non si tratta di un ritorno di forza, ma di debolezza, dovuto al fallimento dell’unione politica. Le classi dirigenti europee hanno perso la spinta ideale che aveva portato al successo dell’integrazione economica e la generazione politica che sentiva ancora vivi i drammi del Novecento ha ormai passato la mano.

I movimenti di questi giorni pressano e agiscono alle porte d’Europa, proprio come accadeva nel 1989. In quell’occasione i leader della CEE, con qualche difficoltà, accantonarono il cinismo della realpolitik per offrire ai paesi dell’Est una via d’integrazione che prevedeva il modello europeo come guida, e la costruzione di una nuova Unione come punto di arrivo. Risultato: un continente più sicuro, più giusto e più integrato: cosa impensabile solo dieci anni prima. Il ritorno dello stato-nazione ha inceppato i meccanismi di cooperazione nei confronti dei paesi vicini. L’Unione per il Mediterraneo (UPM) è un esempio di questa deriva: nelle intenzioni doveva essere un’associazione di promozione economica e democratica tra tutti i paesi del bacino mediterraneo, ma si è trasformata nei fatti in una vetrina per l’europeismo di leader che davano per scontate le dittature arabe. In realtà, le relazioni concrete sono ritornate bilaterali, e l’UPM si rivela inutile di fronte alla crisi odierna: Sarkozy ne condivideva la presidenza con Hosni Mubarak, prima che quest’ultimo sparisse.

Non stupisce che oggi i paesi della UE guardino con timore alle rivoluzioni arabe, perchè possono destabilizzare equilibri acquisiti. Chissà se i futuri regimi nordafricani chiederanno conto di questo comportamento all’Europa. Al contrario, il neo-eletto Obama (4 giugno 2009), parlando proprio al Cairo e rivolgendosi all’Islam nella sua interezza, prometteva la solidarietà degli USA nei confronti di tutti i movimenti democratici. Un discorso che esprimeva una visione del mondo complessiva e netta, che l’Europa sia a livello comunitario che dei singoli paesi dimostra nuovamente di non avere.

3) L’Europa della paura. Mentre il mondo cambia, i paesi europei vivono in un’atmosfera da “fine della storia” (riprendendo l’espressione dello storico F. Fukuyama): la pretesa di aver costituito un sistema non migliorabile, per cui ogni cambiamento è uguale a un peggioramento. Una tale visione ha diverse conseguenze politiche, non ultima l’elevato grado di conservatorismo che caratterizza tutta la politica dei diversi paesi. Quindi, le politiche nazionali si occupano di difendere strenuamente le posizioni raggiunte, sia a livello strettamente economico, sia a livello sociale, con l’identificazione del diverso come radice del problema: una tendenza verificata clamorosamente in Italia e in Francia, ma che accade a vari livelli in tutti i paesi europei. Le decisioni comuni sono ormai tutte subordinate a queste dinamiche.

Oltre a costare caro in termini di opportunità per il futuro, lo scetticismo e l’accartocciamento dell’Europa su sè stessa impedisce di cogliere le occasioni del presente. Le rivoluzioni arabe sono pericolose per “il flusso migratorio che ne deriverebbe”, perchè “aprono la strada agli islamisti”, perchè “il popolo in piazza è incontrollabile”. Curioso sentirlo da parte di paesi in cui i movimenti di massa sono stati i protagonisti della storia. Avevamo già parlato del sottile razzismo nascosto in queste affermazioni; bisogna però anche considerare il rischio che c’è nell’abbandonare al loro destino questi fragili movimenti: senza l’appoggio deciso di democrazie già affermate, è più facile che i paesi in rivolta ricadano in regimi dittatoriali. I paesi dell’Est rimasti fuori dall’integrazione europea, come Bielorussia, Ucraina o le repubbliche caucasiche, dopo vent’anni non possono ancora chiamarsi democrazie, e rappresentano un problema reale nelle relazioni internazionali.

Dato che la storia è tutt’altro che finita, l’Europa attuale farebbe bene a svegliarsi da un complesso di superiorità sempre più fuori luogo, del quale non ha nemmeno i meriti. Recuperando in questo caso la propria visione strategica comune e il proprio ruolo di àncora democratica – se non per motivi ideali, almeno per i benefici economici che deriverebbero da maggiore pace e benessere in Nord Africa. Le trasformazioni globali che viviamo non ci permettono di aspettare oltre: altrimenti, un nano politico come la UE di oggi diventerà presto un nano e basta.

(Riccardo Pennisi)

4 commenti

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4 risposte a “La debacle diplomatica europea

  1. Valerio

    Caro Riccardo,
    Non sono così pessimista.
    La diplomazia europea poteva fare di peggio, mentre alcune diplomazie nazionali, ed in particolare quella italiana, peggio di così non potevano fare.

    Una politica estera priva di protagonismo non è necessariamente sbagliata.
    Il comandamento delle relazioni internazionali non può che essere “primo non danneggiare”, ovvero l’unica cosa che bisognava (e bisogna fare) è prendere le parti dei manifestanti e non sostenere affatto i dittatori, né con la parola, né con l’azione.

    E su questa linea Lady Ashton più o meno c’é.
    Poi cosa dovevamo fare, cosa dobbiamo fare? Bombardare Tripoli per impedire che Gheddafi bombardi Tripoli?
    Un conto sono io come privato cittadino che tifo al 100% i rivoltosi arabi, un conto è il mio governo, che ha il dovere di evitare di farsi coinvolgere nelle guerre civili. Invece dovremmo sostenere i governi nati da queste rivoluzioni e staccare dei sugosi assegni, ma se mancheremo questo appuntamento lo vedremo tra 2-3 mesi.

    Sono invece completamente con te quando parli della reazione culturalemnte razzista dei politici europei verso questi fatti, del loro conservatorismo (tipicamente liberale) della convinzione di “fine della storia” di cui tutti dobbiamo liberarci. Ma questo è un problema di composizione e cultura politica di tutta la nostra classe dirigente, decisamente miope e provinciale.

    Non credo che, il giorno che andremo al governo, avremo un canale RAI in linga araba. Eppure sarebbe più che strategico per il nostro paese.
    In ogni caso spero che la nostra politica estera resterà legata legata alla realpolitik e non all’idealismo. Che, oltre tutto, a contribuito a portarci in Iraq, danneggiandoci tutti moltissimo.

    • Valerio

      Ah, dimenticavo, il trattato di amicizia italo-libico dovremmo assolutamente sospenderlo, ma questo non riguarda la diplomazia europea, bensì la nostra (inesistente) diplomazia italiana.

  2. Valerio

    Proprio quando penso che la diplomazia italiana non potrebbe fare di peggio, ecco che arriva Frattini…e rilascia un’intervista all’edizione tedesca dal Finacial Times in cui dichiara proprio quello che MAI bisogna fare…

    Dimissioni!

    Ovviamente segue semtita, ma non c’è il TG 1 di Minzolini nel resto del mondo.
    Che figura, che figura (e che problemi tra due o tre mesi con il nuovo governo libico…)
    Quell’uomo è un pericolo per l’Italia, un peso per la repubblica, un impiastro per l’unione europea (e, a differenza dei normali pasticcioni, mi sta pure antipatico).
    Basta dove si firma per chiedere le sue dimissioni! Mobilitiamo il web!

  3. Riccardo Pennisi

    Caro Valerio,
    non sono sicuro che Lady Ashton abbia preso le parti dei manifestanti (l’altro ieri ha invitato “tutti” alla moderazione – l’atteggiamento dei libici non le sembra abbastanza british?). Una dichiarazione più prudente di quelle di Frattini e Berlusconi.
    Comunque come tu dici la diplomazia europea potrebbe costruire un meccanismo di compensazioni del tipo: tu ti impegni a una democrazia accettabile e noi firmiamo i contratti commerciali; tu costruisci davvero questa democrazia e noi rinnoviamo i contratti e ti coinvolgiamo nella nostra politica. Semplificando un po’. In questo modo la democrazia diventa conveniente per i gruppi che prenderanno il potere in Nord Africa. È anche un modo per offrire una prospettiva ai tanti rifugiati che arriveranno sulle coste europee: come chiedergli di tornare a vivere in una nuova dittatura?
    Il problema è che per costruire il meccanismo di compensazione, il lavoro doveva essere fatto prima e non improvvisato ora, quindi dubito che sarà fatto.

    Dopodichè Frattini è controproducente per l’interesse pubblico come tutto il governo di cui fa parte.

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