Dai tagli al razzismo: evoluzione di un socialdemocratico tedesco

“Noi [il popolo tedesco, ndr] diventeremo per ragioni naturali sempre più stupidi, perché è stato calcolato che i musulmani, meno attrezzati sul piano cognitivo, hanno un tasso riproduttivo più alto”. Leggere queste parole nell’originale tedesco provoca, per chiunque conosca gli avvenimenti storici del XX secolo, una sensazione quantomeno sgradevole. E desta anche vera preoccupazione, se si esamina la fonte: non un blog di estrema destra, né la propaganda elettorale di qualche gruppuscolo populista, ma un libro di enorme diffusione, La Germania si estingue, uscito nelle librerie tedesche un paio di settimane fa.

L’autore è Thilo Sarrazin, 67 anni, esponente della SPD, il partito socialdemocratico, già assessore al bilancio nel governo del Land di Berlino, diventato in seguito uno dei massimi dirigenti della Bundesbank, l’equivalente tedesco di Bankitalia. Compito svolto sino a ieri, quando ha rassegnato “spontaneamente” le dimissioni. Si tratta quindi di una persona autorevole, nonché di sinistra, qualunque cosa ciò possa significare in questi anni in cui ogni bussola politica sembra perduta.

Non nuovo a ruvide sortite polemiche contro i migranti, ammantate di “antibuonismo”,  Sarrazin con questo libro segna un salto di qualità nel suo pensiero, esposto ora in maniera organica. Le conclusioni sono drastiche: se la Germania vuole avere un futuro in quanto nazione, deve fermare l’immigrazione islamica. Nell’argomentazione troviamo un autentico doppio salto mortale: prima si identifica una matrice religiosa come ragione di tutti i problemi sociali a valle dei fenomeni migratori, e poi si afferma che l’aspetto religioso-culturale nasconde, in realtà, un problema di natura compiutamente biologica: i musulmani sarebbero naturalmente meno predisposti all’apprendimento, dunque scarsamente integrabili e tagliati fuori da ogni prospettiva di progressione sociale.

Se il primo aspetto del “ragionamento” di Sarrazin rappresenta un’eco spenta della propaganda dei leghisti nostrani (e c’è da chiedersi cosa ci facciano questi ragionamenti in bocca a un socialdemocratico), l’argomento biologico pone questo discorso nell’ambito del pensiero razzista più deprecabile e infondato. E certamente più pericoloso. Vediamolo più da vicino.

Allo stato dell’arte, è tutto da dimostrare che l’origine profonda dei comportamenti individuali sia da cercare nel DNA dell’individuo anzichè nei suoi retaggi culturali e sociali. La decifrazione del genoma umano, avvenuta alla fine degli anni ’90, ha forse ridato fiato a una certa vena di pensiero positivista. Eppure ciò non è particolarmente basato su argomenti scientifici, semmai su suggestioni scientiste. Il genoma umano è ora noto in termini di sequenza di basi e nucleotidi che compongono il codice genetico dell’uomo. Sappiamo da tempo che quella sequenza determina la struttura e il funzionamento dell’organismo fin nei dettagli (cervello compreso), ma nessuno è, allo stato dei fatti, in grado di ricollegare aspetti specifici del nostro metabolismo con specifiche sequenze del genoma, se non in qualche caso fortunato. Ci sono stati, ad esempio, diversi studi che hanno tentato di collegare l’insorgere di malattie mentali come la sindrome dipolare con peculiarità del codice genetico delle persone ammalate, studiando gruppi di consanguinei in cui la malattia si presentava frequentemente. Ma non abbiamo conclusioni riproducibili: un certo difetto in un certo cromosoma appare sia in persone sane che in persone malate, senza una correlazione precisa. Il genoma, in altre parole, è come leggere una pagina scritta in finlandese: riconosciamo i caratteri, ma non sappiamo quale significato informativo nascondano le sequenze e le ricorrenze dei caratteri. Di fornire un vocabolario si occupa una branca della scienza detta postgenomica.

La postgenomica di Sarrazin è a dir poco brutale: si attribuiscono a ragioni genetiche questioni che non sono neppure biologicamente definibili, quali la cultura, la religione, o la capacità d’apprendimento, dimenticando come esse siano il frutto dei condizionamenti sociali e dell’interazione dell’individuo col suo ambiente. Se è ipotizzabile che la postgenomica fornisca in futuro risposte ben definite a domande ben poste, per esempio la predisposizione di un certo individuo a sviluppare un certo tipo di tumore, è impensabile che un giorno si sappia in anticipo se il figlio di una hawaiana e di un immigrato del Kenya abbia il potenziale per diventare presidente degli Stati Uniti. Ciò dipende da troppi fattori stocastici, legati agli incontri e alle esperienze che quella persona avrà modo di fare.

Leggendo Sarrazin pare di essere tornati agli studi che scienziati americani fecero sugli italiani appena sbarcati a Ellis Island, giungendo a conclusioni inappellabili sulla loro inferiorità mentale e intrinseca tendenza alla devianza. O alla celeberrima fossetta occipitale che Lombroso andava cercando negli anarchici e negli oppositori dell’ordine costituito. Ma nonostante la postgenomica di Sarrazin sia sorretta da basi inconsistenti, il suo libro è stato accolto non solo da prevedibili condanne ufficiali (che lo hanno costretto, come detto, alle dimissioni di ieri dalla Bundesbank) e dall’avvio della procedura di espulsione dalla SPD, ma ha anche offerto il destro a chi non aspettava altro che un’occasione per esternare dubbi oltre il limite del “politicamente corretto”.

E infatti si comincia a leggere su insospettabili giornali: “Mandereste i vostri figli a studiare in una scuola di Kreuzberg?”. Kreuzberg è il quartiere multietnico di Berlino per antonomasia, le cui scuole hanno pessima fama: in classi dove la maggior parte degli studenti comincia il percorso formativo essendo sprovvista di elementari strumenti di comprensione della lingua, perché in casa si parla un idioma straniero, si impara effettivamente poco e con difficoltà. Si aggiungano la rigidità del sistema formativo tedesco, lo scetticismo di molte famiglie verso lo studio come mezzo di promozione sociale e, soprattutto, l’assenza di strumenti sufficienti di sostegno didattico e di intermediazione culturale. Assenza causata in buona misura dai tagli alle spese sociali attuati dal Land di Berlino, che Sarrazin, da assessore al bilancio, ha sempre sostenuto.

Ecco dunque che la deriva razzista si conferma come un comodo percorso di rimozione delle proprie responsabilità da parte di una classe politica messa di fronte ai suoi fallimenti, in Germania come in Italia o altrove. Il dogma neoliberista del contenimento della spesa e del lasciar fare al mercato priva di opportunità chi per il mercato è poco appetibile. La spirale dell’emarginazione si aggrava, i problemi incancreniti sembrano senza soluzione. Diventa davvero liberatorio, allora, spogliarsi della “fastidiosa retorica buonista” e dire, finalmente, forte e chiaro: “Ebbene si, il problema sono le persone!”.

(Sergio Tosoni)

4 commenti

Archiviato in democrazia e diritti, Europa, mondo, sinistra

4 risposte a “Dai tagli al razzismo: evoluzione di un socialdemocratico tedesco

  1. giulia locati

    articolo interessante. soprattutto mi interesserebbe saperne di più da te, in quanto scienziato, di una serie di cose che ad oggi mi sono poco chiare. L’odierna psichiatria è assolutamente divisa tra chi (la scuola cognitivista americana)si concentra sull’importanza della genetica e del fattore biologico come causa fondamentale condizionante il comportamento umano e chi (l’orientamento psicanalitico che discende dalla tradizione freudiana variamente interpretata) ritiene che la maggior parte dei comportamenti sia appresa, vale a dire dipendente dall’esperienza vissuta e da retaggi culturali e storici.
    Il fatto è che non sempre chi adotta un approccio del secondo tipo (che io ritengo più corretto, ma è un’opinione da profana) arriva a conclusioni sempre condivisibili. Per esempio la questione omosessuale (sembra non ci sia un nesso, ma c’è..abbi fede..). la maggior parte delle comunità gay americane per esempio ritiene ammissibile l’adozione per coppie omoaffettive in quanto ritiene che la sessualità non sia un fenomeno di apprensione, ma il risultato del nostro codice biologico. In altri termini: l’ orientamento sessuale dei genitori è irrilevante nella determinazione di quello dei figli perchè la sessualità è biologicamente data. Premesso che non è qui la sede per discutere dell’opportunità dell’adozione tra coppie omoaffettive, a me questo discorso fa paura, perché mi fa paura pensare che l’essere o meno gay dipenda da una questione biologica/genetica (cosa peraltro mai dimostrata).
    e ancora, se anche fosse dimostrata, ciò ovviamente non dovrebbe essere posto a fondamento di discorsi di superiorità/inferiorità, ma al massimo di eventuale differenza, da accettarsi. Forse bisognerebbe cominciare a lasciare la scienza alle sue domande e risposte (che sono importantissime) senza pretendere che eventuali differenze ed uguaglianze biologiche possano avere alcunché da dire sulla situazione sociale e culturale e sul confronto tra persone, che a prescindere dalla genetica dovrebbe fondarsi sul rispetto. Insomma, io smetterei, in ogni caso, anche quando forse potrebbe convenire (per esempio nel caso di adozione di cui sopra) di tirare in ballo la scienza in un campo in cui ciò che conta è il rispetto. e cominciare per esempio a dire che l’adozione per coppie omoaffettive è auspicabile non perché l’orientamento sessuale è determinato solo dal dna, ma perché ciò di cui i bimbi hanno bisogno è amore, affetto e un ambiente sereno, e il resto non conta.

  2. Sergio Tosoni

    In generale hai sicuramente ragione, si usano troppi argomenti pseudoscientifici nel dibattito politico. Rispetto alla questione dell’omosessualita’, e’ chiaro che definire cosa sia ‘naturale’ e’ un aspetto importante del problema, se pensi a quali argomenti si usano contro le rivendicazioni del mondo GLBT…

  3. A me pare aberrante la parte di discorso “genetico”. Non sembra invece stupido il passaggio sul fatto che fra 50 anni l’Europa sarà molto più musulmana di oggi, dal momento che loro fanno 5-6 figli per coppia, quando noi italiani ne facciamo nemmeno 2 e nel resto d’Europa penso si arrivi a nemmeno 3 al massimo.

  4. Pingback: Caro Panebianco, aprili tu gli occhi « Tutto in 30 secondi

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