La riforma delle pensioni che serve al Paese

Il Ministro del welfare Elsa Fornero. Foto tratta dal Giornale di Puglia

In questi giorni si discute molto della nuova riforma delle pensioni proposta dal Ministro del welfare Fornero: per giudicarla bisognerà leggere la versione completa, perché nei sistemi pensionistici tutto si tiene. E’ opportuno però intanto discutere alcune letture per capire se riformare le pensioni è giusto e come bisogna farlo. E soprattutto per capire se l’emergenza siano solo i conti pubblici oppure, invece, se non sia la prospettiva di avere un’intera generazione ridotta in povertà tra qualche decennio.

1. E’ necessario, per esempio, sfatare una serie di miti. Un’operazione in cui ci aiuta questo articolo su Sbilanciamoci dell’economista Felice Roberto Pizzuti. Si dice, per esempio, che i conti pensionistici sarebbero fuori controllo, soprattutto nella fase di transizione verso il nuovo regime contributivo per tutti. Questi conti, però, si fanno male: bisogna infatti togliere il Trattamento di Fine Rapporto, che non è “pensione” ma risparmio del lavoratore – ogni anno lavorato si accantona una somma; bisogna poi sottrarre l’incasso dello Stato in tasse sulle future pensioni – se io prenderò 100 e 23 lo pagherò in tasse sul reddito devo calcolare una spesa di 77, non di 100; il rapporto tra spesa pensionistica e PIL aumenta anche perché diminuisce il denominatore, cioè non si spende in assoluto di più ma quella spesa va a gravare su una ricchezza nazionale che diminuisce. Pizzuti dice che se si tengono conto questi fattori, “il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni pensionistiche previdenziali al netto delle ritenute fiscali è attivo per un ammontare di 27,6 miliardi, pari all’1,8% del Pil (ultimi dati disponibili riferiti al 2009). Questo avanzo si verifica in misura crescente dal 1998.”

2. E’ vero però, che i conti non tornano ma in un altro senso: una parte sempre più grande della popolazione rischia di avere delle pensioni al di sotto della soglia di povertà. Scrive sempre Pizzuti, “nel 2035, un lavoratore parasubordinato che con difficoltà sarà riuscito ad accumulare 35 annualità contributive, ritirandosi a 65 anni, maturerà un tasso di sostituzione pari a circa la metà”. Cioè prenderà una pensione che sarà, più o meno, pari alla metà del suo già magro stipendio. Le riforme delle pensioni degli ultimi decenni, coniugate con quelle del lavoro, hanno cioè spostato in là nel tempo il problema: tra non moltissimi anni avremo una fetta consistente di popolazione sotto la soglia di povertà, che non contribuirà significativamente ai consumi e quindi alla crescita dell’economia e che non pagherà tasse – anzi, avrà probabilmente bisogno di sostegno al reddito da parte dello Stato. E’ questa, probabilmente, l’emergenza a cui bisogna fare fronte già da ora e alcune misure annunciate dal Ministro sembrano andare in questa direzione: non solo l’introduzione del reddito minimo garantito ma anche l’aumento dei contributi per i lavoratori autonomi, che in un sistema contributivo vuol dire accumulare più soldi nel proprio conto pensionistico e quindi avere, in prospettiva, un assegno più alto.

3. Sono misure che potrebbero non bastare e che, soprattutto, nel breve periodo potrebbero portare ad un aggravio di costi sia per lo Stato (con il reddito minimo) che per i lavoratori soggetti all’aumento dei contributi. Pizzuti allora in un altro articolo fa una serie di proposte diverse che qui cerchiamo di sintetizzare. In primo luogo armonizzare le aliquote contributive, portando tutti al 33% (oggi le aliquote di autonomi e precari sono sotto il 30%) il che aumenterebbe il montante su cui si calcola la pensione e migliorerebbe i conti pubblici, da subito e stabilmente, dello 0,7% del PIL. Si obietterà: sono soldi in più che devono versare o i lavoratori o chi li assume. E’ vera però anche un’altra cosa: se tutto il lavoro costa uguale, si sceglierà quello flessibile solo in base alle esigenze produttive e non per competere sui costi del lavoro invece che sull’innovazione. In altre parole: sì i costi aumentano ma aumentano per tutti e a quel punto non si può fare più competizione su questa voce. C’è poi un altro problema su cui si concentra Pizzuti, il risparmio previdenziale che oggi non sa dove indirizzarsi: quanti sono quelli che, magari dopo decenni di precariato, raggiungono una posizione più stabile o meglio remunerata e non sanno come “farsi una pensione integrativa”? Pochi finora si sono rivolti al cosiddetto “secondo pilastro” costituito dai fondi pensione: ci si aspettava il 40% ed invece è il 23%. Questo è dovuto anche ad una scarsa fiducia in polizze individuali o fondi collettivi che si basano sui mercati finanziari: molti anche tra i nostri genitori hanno contratto polizze private, magari vendute porta a porta, per ritrovarsi poi in tasca a fine carriera pochi spiccioli. Ecco quindi la proposta di Pizzuti: “Per favorire un maggior impiego del nostro risparmio previdenziale nel nostro sistema produttivo e, allo stesso tempo, per offrire ai fondi pensioni nuove forme d’investimento con rendimenti più stabili e costi minori, potrebbero essere pensati nuovi titoli del nostro debito pubblico emessi espressamente per il finanziamento di infrastrutture economico-sociali e per l’innovazione del nostro sistema produttivo”. Cioè, dei “Bot di scopo” con cui lo Stato prende a prestito dei soldi a tasso fisso e basso per fare degli investimenti che il nostro settore privato non può o vuole fare. Infine, Pizzuti fa una proposta di buon senso: lasciamo che i lavoratori del settore privato che non versano il proprio TFR nei fondi pensione possano invece versarlo come contributi aggiuntivi all’INPS o comunque al sistema pubblico. Questo, secondo l’economista, frutterebbe un “tasso di sostituzione di circa sette punti” per i lavoratori che andassero in pensione a 65 anni. “Allo stesso tempo, per il bilancio pubblico ci sarebbe da subito un miglioramento stabile pari all’1,4% del Pil”. Insomma, ci sono gli strumenti per migliorare ulteriormente conti già in buono stato ma contemporaneamente risolvere il problema della povertà dei pensionati futuri.

4. Un’altra cosa sono invece le misure per fare cassa subito e che rischiano di produrre effetti immediati piuttosto controproducenti. La spesa pensionistica è infatti il 40% della spesa pubblica. E’ un ammontare certo e quindi le misure producono risultati più certi rispetto ad altri settori. Per esempio, riducendo gli aumenti degli assegni collegati agli aumenti del costo della vita (l’indicizzazione) si ottengono delle somme basse che però entrano sicuramente in cassa. E’ l’argomento di questo importante articolo di Angelo Marano che ragiona anche sulla connessione tra allungamento dell’età lavorativa e declino della produttività: uno dei problemi più gravi dell’economia italiana degli ultimi anni. C’è anche chi ha fatto i calcoli, come la CGIA di Mestre, per capire quanto perderebbero alcune categorie di pensionati. “Con l’eventuale blocco delle indicizzazioni un pensionato che riceve un assegno mensile netto di circa 1.600 euro (20 mila l’anno) perderebbe quasi 480 euro in un anno” e questo frutterebbe allo Stato, al netto dei mancati introiti fiscali, poco meno di 5 miliardi di euro l’anno. Un terzo di quanto genererebbe una seria e realistica patrimoniale. E questo in un Paese dove, sempre dati della CGIA di Mestre, “Ormai quasi la metà dei pensionati non raggiunge i mille euro al mese contribuendo in maniera non affatto secondaria alla caduta dei consumi nazionali. Quasi il 15 per cento non arriva a 500 euro mensili. E solo il 15 per cento supera i duemila euro.”

Tralasciamo qui, solo per motivi di spazio, due questioni fondamentali: quella demografica, perche’ non si deve dare per scontato l’attuale bassissimo tasso di fertilita’ che invece puo’ essere cambiato con delle politiche attive; il problema della disoccupazione tra quante e quanti sono troppo giovani per andare in pensione ma troppo anziani per il mercato del lavoro. Intanto bisogna chiedersi cosa succedera’ quando arriveranno alla pensione i precari attuali. Sara’ il caso di occuparsi di questo problema oggi?

(Mattia Toaldo)

7 commenti

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7 risposte a “La riforma delle pensioni che serve al Paese

  1. eva maio

    Circola in rete un’intervista schock di Mario Monti.
    Ne sapete qualcosa? E’ autentica? Se lo è, c’è da rabbrividire.
    E’ glacialmente apocalittica.
    Se ne siete a conoscenza, perchè non ne parlate?
    GRAZIE E BUON LAVORO

    • Redazione

      cara Eva,
      grazie per il tuo commento. A quale intervista ti riferisci? Ci manderesti il link? Basta che la posti come commento qui sotto.
      grazie, mattia

      • eva maio

        Purtroppo sono una sessantenne alle prime armi con Internet e digiuna di inglese – tra poco digiuna di tutto fuori che di lavoro -, pertanto non so se sarò efficace nella risposta. Comunque tento: ho scovato la video-intervista, a cui ho accennato , sul sito Welcome Come Don Chisciotte.
        Ripeto non so l’attendibilità. Grazie dell’attenzione e buon lavoro.

  2. Pingback: Guardando dentro la manovra di Monti | Italia2013

  3. Giancarlo Mazzetti

    All’Italia serve una riforma delle pensioni, ma si potevano fare anche tante altre cose per renderla un po’ meno dura e per essere davvero equi (come Monti aveva promesso); l’articolo qui sotto credo spieghi alcuni dei motivi per cui questo non è avvenuto:
    http://potatopiebadbusiness.com/2011/12/09/repubblica-tecnico-parlamentare-italiana/

    Ciao! Grazie.

  4. Pingback: 3,8 milioni | Italia2013

  5. Pingback: 3,8 milioni | Sinistra Ecologia Libertà

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