Tutta la precarietà davanti

Stanno per iniziare le feste ma per molti sta anche terminando il contratto: a tempo determinato, a progetto, o altre diavolerie. Secondo un bel rapporto presentato ieri dal centro di ricerca NENS l’Italia è uno dei Paesi più ingiusti del mondo ricco e molto di questa disuguaglianza proviene dalla precarietà del lavoro.

Anche se non si perde il posto, la precarietà è un “infortunio” che ci si trascina dietro per tutta la vita come scrive Pietro Garibaldi sulla Stampa di oggi. Vediamo perché.

1. I dati sono della Banca d’Italia: il 10% più ricco della popolazione italiana possiede il 45% dell’intera ricchezza netta in mano alle famiglie.  Il 50% delle famiglie guadagna meno di 26mila euro annui.

2. Le disuguaglianze sono aumentate più significativamente durante gli anni ’90: quelli in cui, per intenderci, il centrosinistra è stato molto a lungo al governo. La precarizzazione del lavoro è la maggiore causa di questa crescita secondo Michele Raitano e Maurizio Franzini che hanno redatto il rapporto di NENS. In pratica una volta la grande differenza la faceva lavorare o non lavorare, ora la distinzione passa all’interno dello stesso posto di lavoro: magari tra il manager iper-pagato e il super-precario.

3. Già oggi i precari e i giovani stanno portando il peso più grande della crisi: su mezzo milione di persone che ha perso il lavoro nel 2009, 220 mila avevano un contratto a termine e 150mila erano catalogati come lavoratori autonomi, tra cui le partite IVA e i contratti a progetto. Secondo le inchieste dell’Istat, tra questi ultimi il 40% dichiara di non avere alcun progetto e di essere semplicemente un dipendente mascherato. Il tasso di disoccupazione giovanile è passato dal 18% del 2008 al 27% degli ultimi mesi. Un aumento, in proporzione, del 50%.

4. Scrive oggi Pietro Garibaldi sulla Stampa che la disoccupazione giovanile fa male a chi ne è vittima: perché si accumula meno formazione e meno esperienza, perché si maturano meno contributi, perché, lo dimostrerebbero delle ricerche inglesi, si avrebbero effetti di lungo periodo anche sulla salute.

5. La precarietà e la disuguaglianza che essa crea non sono una malattia incurabile della modernità. Si può fare più di qualcosa e forse il centrosinistra potrebbe cominciare a proporlo (anche se forse le stesse persone che hanno creato il problema sono poco credibili come risolutori). Si può per esempio prevedere un contratto unico, a tempo indeterminato e a garanzie crescenti. Si può introdurre un salario minimo nazionale, per evitare la vergogna dei “working poors”, quelli che lavorano, magari tanto, ma rimangono sempre o poveri o dipendenti da altri. E poi si può fare un sussidio di disoccupazione universale, che arrivi a tutti e non solo alle categorie protette. Di queste misure, solo l’ultima costerebbe alle casse dello stato. Le altre sono costose per la politica.

Già, la politica.

(Mattia Toaldo)

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