una pena di morte

Parenti, legali, operatori penitenziari e chi altro ha avuto a che fare con i sei anni di detenzione di Diana Blefari Melazzi non sono riusciti a sorprendersi di quella tragica fine, per impiccagione, nel carcere romano di Rebibbia femminile. Era uno degli esiti possibili di quella sofferenza psichica che anche le perizie che le furono avverse non potevano negare completamente. Come ha avuto modo di dire efficacemente uno dei suoi legali, «evidentemente, i nostri timori erano fondati e le conclusioni delle perizie sbagliate».

Intanto, però, è già partito un coro preventivo: non facciamone un’eroina, non cancelliamone le colpe. Come se legali e parenti, gli unici legittimati a parlare in sua vece, avessero avuto di queste intenzioni. No, lo “scandalo” del suicidio di Diana Blefari non c’entra nulla con i titoli di reato per i quali era stata condannata, e meno che mai trova origine in un intento “giustificatorio” dei delitti cui ha partecipato. La responsabilità dello Stato – delle sue strutture, dei suoi apparati, delle persone che gli prestano il volto, il sudore  e la fatica quotidiana – nei confronti di chi gli viene affidato mani e piedi, vita e corpo, è viceversa assoluta: sia esso un giovane geometra arrestato con qualche grammo di droga in un parco pubblico della Capitale; sia essa una sedicente “militante rivoluzionaria”, corresponsabile di un omicidio e di altri reati minori. Quindi, quello che si chiede non è né un’assoluzione postuma né la pietà che si deve a una vita che se ne è andata. I familiari saluteranno la loro cara come Antigone avrebbe voluto fare con Polinice: senza che nessuna autorità possa loro impedirlo. La domanda è, piuttosto: è stato fatto tutto ciò che era possibile perché ciò non fosse? Perché questo esito tragico non avverasse le più funeste previsioni di familiari e legali?

Lo “scandalo” del suicidio di Diana Blefari investe, evidentemente, problemi di responsabilità dell’intero sistema penale che la aveva in custodia, a partire da quelle del giudice e del perito che hanno valutato il suo stato psico-fisico compatibile con la detenzione in carcere, per finire a quelle della struttura penitenziaria in cui era ristretta: quale assistenza le era prestata? Da quando non era più in 41bis, perché continuava a essere in isolamento? A queste, e simili, domande si chiede risposta, senza che vengano agitati i fantasmi delle colpe e della meritevolezza dei castighi, su cui – per quanto è nelle umane capacità di discernimento – la Corte di Cassazione ha detto l’ultima parola giusto qualche giorno fa, e nessuno intende ridiscuterla.

In fondo, non sono domande diverse da quelle che ci si sta facendo a proposito della morte di Stefano Cucchi; e neanche da quelle che possono legittimamente sollevare le inquietanti registrazioni del carcere di Teramo, dove un poliziotto rimproverava un altro perché i detenuti non si massacrano in cella, ma al piano di sotto, al riparo da occhi indiscreti. Sono tutte domande sul limite legittimo della violenza della pena. Fin dove può, lo Stato, infierire sulla vita e la libertà dei suoi cittadini? Quando la pena si fa illegittima? Quando comincia a trasfigurare nel suo opposto, nel crimine che vorrebbe redimere, nella violenza che vorrebbe cancellare?

I sacri principi sono tutti lì, a disposizione di chi li voglia ripassare. Questo è il momento delle risposte specifiche, alle domande specifiche, a quegli interrogativi che le tragiche vicende di Stefano Cucchi e di Diana Blefari hanno posto all’attenzione di noi tutti.

 (Stefano Anastasia, il manifesto, 3 novembre 2009)

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