Più impresa (quella vera), meno precarietà

“Stay hungry, stay foolish” (Rimanete affamati, rimanete folli). Era questo l’invito che Steve Jobs rivolgeva nel 2005 ai neo-laureati di Stanford. E’ stato tante volte ricordato dopo la morte del grande imprenditore e innovatore americano e dovrebbe avere un senso in un periodo in cui, più che mai, abbiamo il problema di promuovere la crescita del paese. Se vediamo, però, che cosa emerge dal dibattito sulla politica economica di questi anni sembra che il tema dell’innovatività, pure tanto spesso evocato, rischia di essere eluso, almeno nella pratica. Traiamo questa impressione – ma ci piacerebbe sbagliare – da alcuni fatti – pochi – che vorremmo commentare.

In Italia, per esempio, si rimanda sistematicamente una vera lotta alle rendite finanziarie e fondiarie. Il risultato è che spesso, come è stato detto tante volte anche su Italia 2013, si confondono i rentiers e le attività economiche che sfruttano situazioni prossime al monopolio con quelle innovative. Si finisce, cioè, per mettere sullo stesso piano imprese protette in maniera più o meno esplicita con quelle più avanzate e che portano mutamenti positivi nel sistema economico. Dopo una crisi finanziaria mondiale che ha mandato molti paesi, incluso il nostro, in recessione, il centrodestra non pensa ad altro che a promuovere un “piano casa” e il centrosinistra ad opporvisi in maniera tutto sommato flebile. Se l’Italia è una repubblica fondata sul cemento e sui costruttori, come dice Settis citando Saviano, questo non dovrebbe stupire. Certo, l’innovazione ne soffre.

Il dibattito in corso in questi giorni sulla riforma delle pensioni, inoltre, mette in luce il fatto che molti lavoratori “atipici” guardano con difficoltà alla loro pensione. Il regime di lavoro “atipico” è stato molto in voga negli ultimi 20 anni specie nei settori rilevanti per lavori intellettuali e creativi. Molta gente, specie guardando al futuro, si troverà legittimamente a ripensare alle scelte lavorative fatte, per esempio a chiedersi se sia effettivamente convenuto essere “imprenditori di sé stessi”, come spesso si è detto ed invitato a fare. Anche chi sapeva bene che la propria attività non aveva niente a che vedere con l’impresa, si porrà altrettanto legittimamente la domanda se gli sia convenuto lavorare nei progetti di più varia natura, dagli interventi sociali, a quelli nel settore della cultura, della cooperazione internazionale o della ricerca. Non sarebbe stato meglio non avere tanti grilli per la testa, lavorare “per progetti” – discontinui per definizione – esclusivamente se obbligati dalle circostanze e cercare subito dopo la scuola o l’università un lavoro fisso a prescindere da qualsivoglia coerenza con la propria formazione o con le proprie aspirazioni? Non è una domanda peregrina, che riguarda qualche sognatore attivo in settori economici marginali. In un bel libro sul sistema del welfare romano, recensito su Italia 2013, Federico Bonadonna parlava in questa maniera proprio del dramma vissuto dai lavoratori delle cooperative sociali, alla mercé dei contratti ondivaghi, incerti quando non ricattatori, molto frequenti nell’ambito dello stesso terzo settore che dovrebbe sostenere i deboli, anziché produrne di nuovi.

La due questioni sollevate – innovazione e lavoro atipico – non sono molto lontane, poiché negli ultimi anni il dibattito pubblico su come promuovere la dinamicità dell’economia si è incentrato molto sulla flessibilità. Sarebbe questo l’elemento frenante alla ripresa della nostra economia. A suo tempo, l’economista Sylos Labini propose l’idea che, se presentato in termini di dilemma, il problema della flessibilità è mal posto: “Nell’interesse generale dobbiamo perseguire non la flessibilità massima ma una flessibilità ottimale, che non coincide affatto con la massima”. Sarebbe troppo lungo ripercorrere qui tutte le argomentazioni, ma il suo articolo era un’atto di accusa contro la scarsa innovatività degli industriali del nostro paese che, invece di insistere “sulla flessibilità incondizionata, dovrebbero preoccuparsi molto di più della ricerca e dello sviluppo di nuovi prodotti, come fanno gli industriali dei paesi più progrediti”, per cui occorrono ampi investimenti a rendimento non immediato. Questo approccio saggio e autorevolmente espresso sembra non aver avuto grandi impatti pratici. La destra ha sostenuta la flessibilità a spada tratta. Una parte della sinistra ha pensato che bisognasse fare buon viso a cattivo gioco, proponendo l’idea – giusta, ma per ora non molto più che abbozzata – che la flessibilità, seppure deve essere sostenuta, non deve diventare precarietà. A destra ci fu l’importante eccezione del ministro Tremonti che – una volta riscopertosi anti-mercatista – propose il posto fisso come legittima aspirazione. Altri, sempre a sinistra sostengono il posto fisso, senza specificare l’importante dettaglio di come questo modo d’impiego possa essere praticato in un mondo che va nella direzione opposta.

C’è chi sostiene che “generalmente gli economisti trattano di economia fermandosi alle porte dell’impresa”. Non c’è un unico modo per varcare questa soglia. Probabilmente, uno di questi consiste nel guardare all’impresa come il luogo in cui viene – o dovrebbe essere – praticata quella che qualcuno ha definito la “cultura del prodotto”, intesa come l’attenzione delle persone e delle gerarchie aziendali per i risultati del lavoro, come la convinzione che questi possano essere migliorati e innovati, che si possa costruire sull’esperienza, che il modo di realizzare prodotti e servizi debba essere capito, compreso, insegnato ad altri, specie ai giovani. Un sistema economico che ha a cuore il suo prodotto, ha anche interesse a salvaguardare le proprie maestranze, la capacità che hanno e le potenzialità che possono esprimere. Incoraggia anche i propri imprenditori, che di questa cultura del prodotto sono protagonisti, specie quelli che stanno nella posizione più difficile, quella di innovatori. Ne facilita le attività, il che non implica che ne incoraggia i vizi (ma questo vale per tutti). La perdita di competitività della nostra economia, che si protrae da molti anni, fa pensare che tutto ciò stia sempre di più venendo a mancare. D’altra parte, a più di 10 anni dalla riflessione di Sylos Labini, gli autori di una ricerca empirica pubblicata su LaVoce.Info affermano che “il ricorso al lavoro temporaneo, come opzione per ridurre il costo del lavoro, rischia di ritardare gli investimenti in innovazione e in competenze e dunque frena le potenzialità di crescita produttiva”. Nello stesso articolo, peraltro, si legge che una tesi analoga è stata autorevolmente sostenuta nel 2010 dall’allora governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi.

“Stay hungry, stay foolish”, diceva Steve Jobs. L’America ha innovato anche grazie alla diffusione di quest’atteggiamento, che in quel paese, bene o male, viene fortemente incoraggiato. La storia recente italiana sembra dire tutt’altro, specie alle nuove generazioni. Il messaggio sembra essere: vola basso, ché avere idee o “vision” più o meno grandi non è richiesto, non paga. Non sarà un caso che in Italia l’innovazione più recente nel campo delle lotterie è consistita nel mettere per posta una rendita fissa, anche piccola,  in luogo dell’antiquata vincita stellare? E’ questo il vero “sogno italiano”? Certo, l’idea di uscire da questo schema rinunciatario per “fare un sacco di soldi” continua a godere di legittimazione sociale, almeno a parole. Ma niente che abbia a che fare con l’aspirazione a dedicare la propria vita alla promozione di ciò che è bello, di ciò che è utile, oppure di ciò che è giusto. Per quello bisogna essere, più che folli – “foolish” come diceva Jobs – un po’ scemi…

(Andrea Declich)

2 commenti

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2 risposte a “Più impresa (quella vera), meno precarietà

  1. Pino Santarelli

    Cndivido gran parte delle tue riflessioni.del resto anche a Sinistra esistono numerosissime riflessioni sul tema: cosa produrre,per chi e come produrre…Berlinguerdl in un saggio se non iricordo male del 1982 .del resto molte riflessioni della sinistra radicale di quegli anni avevano la stessa impronta
    Meglio tardi che mai

  2. Pingback: Sette domande polemiche sulla riforma del mercato del lavoro | Italia2013

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