Riflessioni su Roma: “Occasioni Mancate”, la nostra recensione

Venerdì 30 aprile è stato presentato il volume “Occasioni mancate” di Federico Bonadonna presso la libreria Flexi di Monti. Oltre l’autore c’erano Andrea Declich (socioeconomista), Bernardo Pizzetti (ex-presidente dell’Agenzia per il Controllo dei Servizi Pubblici del comune di Roma), Walter Tocci (deputato del PD ed ex vicesindaco di Roma) e Cecilia D’Elia (vicepresidente e assessore alla cultura della Provincia di Roma e soprattutto blogger di Italia2013).

Federico Bonadonna ha lavorato per 11 anni presso il Comune di Roma, e ha diretto i servizi d’intervento per le persone senza fissa dimora (quelli che l’autore definisce la “gente degli interstizi”): il libro è una riflessione attenta, chiara e molto ben scritta sul lavoro svolto da lui e dall’amministrazione comunale in questo settore.

Perché ci siamo interessati al testo? Perché aggiunge un mattone importante alla “narrazione dell’anno zero” su Roma e sulla stagione del centrosinistra al governo. A partire da un punto prospettico limitato e chiaramente circoscritto – le politiche per gli homeless – Bonadonna finisce col proporre un’interpretazione generale del “fare governo” del centrosinistra italiano e romano degli anno ’90 e dei 2000. Insomma, aiuta a periodizzare la nostra storia recente. E il testo, innanzitutto, risponde ai criteri che deve possedere un buon libro: è ben scritto, leggibile, alterna il racconto di storie ed episodi di vita reale all’analisi rigorosa, possiede una tesi chiara e intellegibile sostenuta da argomentazioni solide, che siano condivisibili appieno o meno. Ora alcune considerazioni.

1. Il giudizio sugli anni di governo romano è netto ed è rappresentato dal titolo “Occasioni mancate”, che fa il paio con quelle che Bonadonna definisce le “aspettative deluse”: “Io sono tra quelli che pensano che le reiterate azioni negative, le promesse non mantenute, le occasioni mancate, a furia di essere collezionate come perline in una collana di aspettative deluse, abbiano determinato una reazione negativa da parte dell’elettorato”. E’ una tesi chiara con la quale è possibile confrontarsi in modo schietto. Servirebbe un libro simile per ogni settore di politica pubblica: servirebbe come strumento di valutazione delle giunte del centrosinistra romano in ogni campo. E servirebbe oggi come cartina di tornasole di quanto sta facendo o non facendo la giunta di destra che governa la città.

2. Bonadonna racconta anche dei successi, delle sperimentazioni riuscite, della creazione di quattro mila posti letto (si partiva da 250) in una città che possiede circa otto mila senza fissa dimora; la nascita del SOS (Sala Operativa Sociale) e di nuovi centri capaci di accogliere gli homeless presenti nel nostro territorio, ma il bilancio politico che ci offre è di segno negativo. La tesi è chiara: in termini di politiche sociali – relative a diverse espressioni della marginalità presenti nella nostra città: alcune fasce di immigrazione, i nomadi, le famiglie senza casa, i senza fissa dimora “cronici” ecc. ecc. – il centrosinistra ha finito per attuare politiche simili a quelle destra, alle quali ha affiancato politiche di “riduzione del danno” che sono entrate in cortocircuito tra di loro. Insomma, alla fine le scelte della giunta hanno dato saldo negativo, nonostante siano stati attuati anche interventi importanti e di qualità.

3. Perché? Anche qui la tesi è netta. Il circuito politico-mediale, imperniato sulla figura del sindaco taumaturgo emersa negli anni ’90 – l’epoca dei “partiti personali” nati su base amministrativa – vive sul sistema delle emergenze, vere o presunte che siano. In ogni caso, quel circuito alimenta se stesso e genera mostri: interventi sbagliati, affrettati, contraddittori che finiscono con l’inficiare la programmazione di intervento sociale costruita all’interno della giunta stessa. Nel libro trovate diversi esempi, ma il percorso è chiaro: si risolve “un’emergenza” (per esempio, si sgomberano un certo numero di famiglie che occupano in modo illegale uno stabile), creandone un’altra (dove mettere queste famiglie) che viene risolta infilandole in un centro di accoglienza pensato per e vissuto dagli homeless, provocando ulteriori tensioni e nuovi problemi. Ma, intanto, sui giornali l’emergenza è risolta. Cosa manca? Il mantenimento della barra sulla propria pianificazione: quella per gli homeless – che necessità di strumenti adatti a questo tipo di condizione – e quella abitativa (che non è esistita) rivolta a famiglie prive di mezzi. Ma emergenza non può far rima con pianificazione, e quest’ultima resta schiacciata sulla prima.

4. Il libro tratta altri temi e altre questioni, tutte molto interessanti, collaterali a quelle dei senza fissa dimora, come la prostituzione di strada e il problema dei campi nomadi: la strada, infatti, è il territorio comune nel quale queste vicende si incrociano. Vorremmo però segnalare anche altre due questioni che ci appaiono decisive e che il libro racconta molto bene: la condizione di vita e di lavoro degli operatori sociali e la “caduta” in “stato di marginalità” (le virgolette sono nostre) delle persone apparentemente normali, che magari hanno un lavoro fisso ma non riescono a farcela, perdendo casa e dignità. a) Gli operatori. Nel libro si riporta un detto che gira tra gli operatori: “un caso si conclude o con la morte dell’utente o dell’assistente sociale”. L’operatore sociale è un individuo che vive nell’incubo di finire come l’utente che “prende in carico”: è un lavoro precario e mal pagato, dove è facile, nonostante l’investimento personale che si compie sulla propria scelta di vita, finire vittima delle demotivazione e della frustrazione. E soli, come i propri utenti. E’ un settore che ha provato il feudalesimo della nuova politica “personalizzata” e il clientelismo, gli effetti della precarizzazione del lavoro (per esempio, si cita espressamente l’effetto perverso della legge Biagi sul funzionamento delle cooperative sociali), i costi sociali delle esternalizzazioni pubbliche, lo scontro culturale con la rigidità degli apparati burocratici… Oggi i lavoratori di questi settori fanno parte dei cosiddetti ceti sommergenti, o già sommersi, che più di tutti patiscono la crisi. b) i ceti sommergenti, appunto. La definizione, che abbiamo usato altre volte, è del Censis. Bonadonna racconta un caso esemplare, quello di Carlo, un uomo separato e con una figlia, con un posto fisso a tempo indeterminato nella pubblica amministrazione. Un salario basso ma sicuro che evapora con il pagamento degli alimenti; in più, Carlo non ha una famiglia alle spalle, reti solide di relazioni che lo sostengano.  Senza accorgersene, finisce a vivere in macchina perché non ce la fa, negando a se stesso di essere un senza fissa dimora. Per fortuna la storia di Carlo sarà a lieto fine, ma ci racconta una mutazione genetica e antropologica della società italiana con la quale, volenti o nolenti, dovremo fare i conti.

(Mattia Diletti)

9 commenti

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9 risposte a “Riflessioni su Roma: “Occasioni Mancate”, la nostra recensione

  1. andrea

    Sono molto d’accordo su questa recensione. Aggiungerei solamente un punto. Non ci sono politiche sociali senza una politica della casa. Questa è una delle più gravi note dolenti da addebitare al Centrosinistra di governo (sia locale che nazionale) ed un tema di cui pure si è parlato alla presentazione e, ovviamente, dal libro di Bonadonna. Per quanto riguarda Roma la questione è importante da ricordare, perché fa capire il ruolo che avrebbe potuto avere una politica urbanistica nella nostra città. Sono d’accordo anche sul fatto che sarebbe necessario, per ogni capitolo della politica romana degli ultimi 15 anni, avere un libro come quello di Bonadonna. Per quanto riguarda urbanistica e trasporti è stato fatto da Tocci.

    • mattiad

      Caro Andrea,

      grazie, ho cercato di riportare il pensiero di Federico e mettere in evidenza le cose che ci avevano colpito di più. Ci sono alcuni passaggi del libro che sarebbe il caso di discutere ancora meglio perché non so se, alla fine, saremmo d’accordo al 100% su tutto; ma il testo è ottimo proprio perché, qualunque essa sia, l’argomentazione è fondata e solida, e quindi si può discuterla. Il tema della casa è appena accennato, alla fine, ed è chiaro che se si pensa alle politiche per i “senza fissa dimora” bisogna pensare anche a una “politica della dimora” e a una politica urbanistica.

      • andrea

        Sono d’accordo, gli spunti di riflessione del libro sono molti e una recensione è per forza di cose limitata. Ovviamente, Bonadonna parla della questione della casa perché tratta dei senza fissa dimora. Ma il legame tra dimora e urbanistica è profondo: il tema della casa, una volta che lo tratti, lo devi affrontare nel suo insieme, ed è evidente che esso riguardi i “marginali”, le persone a rischio di povertà (per esempio gli sfrattati), ma anche molti altri che non ricadono in queste categorie di persone estremamente svantaggiate. Il primo pensiero va ai “giovani”, costretti nella loro condizione di “bamboccioni” anche perché non possono trovare un’altra dimora oltre a quella di proprietà… dei genitori (non è poi un caso che le nostre famiglie abbiano meno di 2 figli). In questo senso, il libro di Bonadonna suggerisce una riflessione più ampia, che riguarda tutti e non solo i “marginali”. Un’altro spunto di riflessione generale è, secondo me – e lo hai evidenziato bene nella recensione – collegato al tema dell’emergenza. E’ stata, questa, la cifra caratteristica dell’azione di lotta alla povertà a Roma. Le dinamiche che portano una persona a diventare barbone sono diverse da quelle che determinano il dramma di una famiglia sfrattata. Entrambi si ritrovano sulla strada, e quando questo si verifica si deve agire in fretta. Ma se rispondi trattando le due questioni alla stessa maniera senza pensare a risposte differenziate – l’emergenza appunto, rende tutto uguale -, fai un grande errore, peraltro senza risolvere veramente i problemi. Il sospetto è che, forse, chi ha governato Roma non sia riuscito a pensare ai problemi sociali in maniera diversa.

  2. federico

    Non si tratta di essere d’accordo al 100% su tutto, quanto di condividere un’impostazione. E di conseguenza analizzare il governo attuale della città con gli stessi parametri usati per sviluppare la critica dei 15 anni passati.
    L’opposizione di oggi, ieri maggioranza, non è credibile se ora contesta, in modo strumentale, progetti politici che, quando era maggioranza, invece appoggiava. Come per esempio il Piano Nomadi di Alemanno che – purtroppo – non è molto dissimile dal precedente, fatto di “grandi” Villaggi videosorvegliati possibilmente fuori dal Gra. Per adesso gli unici grandi villaggi, alcuni davvero videosorvegliati, sono stati realizzati dalle giunte di centro sinistra. Come mai il consiglio comunale, quando la sinistra era maggioranza, quando poteva fermarli, non si è opposto? La giunta attuale, a parte i suoi probemi interni, può essere messa in difficoltà attraverso un lavoro complesso di ricucitura con i settori (parlo per le politiche sociali) che nel 2008 – anche contro i propri interessi – hanno votato a destra oppure si sono astenuti. Sarebbe bastato ascoltarli per capire che non avrebbero votato per noi. E invece, pur disponendo di buoni intellettuali, di validi professionisti, avvocati, medici, operatori sociali, insegnanti, eccetera, i nostri “grandi” politici non si degnano di ascoltare nessuno. E invece ascolto e ricucitura è l’unico senso che io riesco a dare ai mantra del momento (“torniamo al territorio”, “diamo una nuova narrazione alla sinistra”) che sinceramente spesso sembrano solo parole vuote che falsificano i fatti.

    • mattiad

      Caro Federico,

      l’unica cosa che non mi convinceva del tuo libro (che, come avrai capito, mi è piaciuto molto) era la rappresentazione degli anni del centrosinistra italiano e romano come versione edulcorata dei governi e dell’ideologia della destra. Erano governi culturalmente deboli che hanno inseguito punti di vista pericolosi (come nel caso delle politiche che descrivi tu, o in quelle del lavoro), ma ho sempre pensato che l’idea delle “due destre” fosse un po’ retorica e finisse col non spiegare, dividendo “noi” buoni da tutti gli altri cattivi.

      Da quando abbiamo cominciato questo lavoro di Italia2013 abbiamo cercato quella che ora va di moda definire “narrazione” scoprendo e disvelando, attraverso il lavoro intellettuale, proprio il mondo dei ceti e dei corpi sociali che il centrosinistra ha ignorato, colpito, dimenticato.. a partire da noi stessi. In scala minore rispetto agli operatori sociali che si portano “il lavoro a casa”, le frustrazioni di quegli operatori sono simile alle nostre (quelle dei precari della ricerca).

      Per questo il tuo libro mi è piaciuto molto, perché raccontando il particolare si fornisce un’immagine del generale, e si aggiunge un pezzo di ragionamento che comprende molti altri settori e categorie sociali.

      • federico

        Caro Mattia,
        ho capito e ti ringrazio davvero. Nella mia nota ho tentato di rilanciare quella che mi sembrava una tua proposta, ovvero applicare la lettura usata nel libro all’attuale governo della città. Dato che condividiamo i punti fondamentali partiamo da quelli.
        Quanto alle “due destre”, io non so dire se tali lo sono state davvero (“noi” certo non siamo né buoni né puri). So che in questi 15 anni Roma si è riempita di campi Rom e che non c’è stata una politica per la casa. E le due cose sono intimamente legate.

  3. barbara

    Quel che mi ha colpito del libro – e che mi sembra spesso sottovalutato – è la sua portata nazionale. Roma è una lente attraverso la quale si possono leggere le politiche sociali in Italia, così come si sono sviluppate nel corso degli ultimi quindici anni. Emerge una classe dirigente molto lontana dalla realtà del paese e una cosiddetta società civile altrettanto scollata e incapace di portare nuove istanze, adagiata nello sfruttare le sacche dell’esistente, paurosa di una qualsivoglia riforma che, di necessità, intaccherebbe rendite di posizione. La mancanza di una politica della casa non riguarda solo i senza fissa dimora o soggetti diversamente marginali. Riguarda tutti, compresi quanti, pur mancando di ogni requisito, continuano ad abitarne una. E non si tratta solo di esponenti del ceto politico. Gli stessi requisiti per l’accesso sono concepiti per “famiglie” che non esistono più. Coppie – a meno che non si vantino dell’aggettivo di giovani – single, nuclei familiari anomali restano fuori. Eppure, la cosiddetta famiglia tradizionale è largamente minoritaria nel paese reale. La povertà e la marginalità ci riguardano. Non solo perché ciascuno di noi potrebbe diventare povero e marginale ma perché politiche efficaci e neanche troppo costose salverebbero un bel po’ di gente dal rischio.

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