Parliamo ancora di rendita: “le enclosure de noantri”

“Botteghe storiche, chiusure senza fine”. Così titolava la cronaca di Roma di Repubblica venerdì 30 aprile . L’articolo parlava di un fenomeno in corso da vari anni nella città di Roma (ma anche in tante città d’arte), per cui nel centro storico le botteghe degli artigiani vengono chiuse per via dei prezzi sempre crescenti degli affitti, e sono per lo più sostituite da negozi per turisti o da ristoratori interessati a rifornire la movida.

La questione non riguarda solo gli artigiani, a ben vedere. Anche altri negozi destinati a servire clientele ordinarie trovano sempre più difficoltà. Le cronache riportano che questo andazzo del caro affitti riguarda anche negozi di vestiario, più o meno tradizionali. La questione, non è nuova, a varie riprese se ne parla da anni. All’inizio del 2009 ne scrisse anche Nicolini sulla cronaca di Roma della Repubblica . Il suo articolo fu ampiamente commentato sul sito di urbanisti Eddyburg, che interpretarono il problema nei termini di una rinuncia dell’urbanistica al governo degli spazi e delle trasformazioni urbane sperando (più o meno in buona fede), che alle sue scelte supplisse il mercato. Giustamente, nel dibattito emerse un’assenza totale di un’interpretazione adeguata del ruolo che il commercio ha nella vita di tutti i giorni, sia in generale che a Roma. Nicolini proponeva qualcosa di simile ai vecchi piani per il commercio. In un commento a una lettera di Emiliani sull’argomento, la redazione di Eddyburg sottolineava che il problema, in passato, è stata la pigrizia della politica che si era affidato alle regole chiedendo ad esse molto più di quanto possano dare. Le norme, da sole, non bastano: il piccolo commercio avrebbe dovuto offrire qualche cosa in più per “meritare” la propria permanenza nei centri storici e per rispondere alla concorrenza di grandi supermercati prima e dei centri commerciali poi, e la politica avrebbe dovuto sostenere uno sforzo in questa direzione .

Al di là del dibattito, tutti concordano che il risultato di questa situazione è che il centro della città si sta riempiendo di negozi e ristoranti per turisti, oppure di grandi griffe. E’ chiaro che molti non riconoscono più il centro di Roma, che assomiglia sempre più a una grande Disneyland. Noi romani – inteso come quelli che nella città ci vivono, visto che non ha mai fatto una grande differenza, qui a Roma, l’esserci nati o l’esserci venuti ad abitare per un qualche motivo – eravamo abituati a vivere il centro come una cosa nostra, nel senso di tutti. Certo, ora andare in centro diventa sempre più difficile e meno interessante: l’offerta commerciale si rivolge ad altri, non certo ai romani; la città scoppia di gente, malamente distribuita in pochi luoghi e resa poco rispettosa dalla scarsa offerta di servizi pubblici per il gran numero di visitatori (dai parcheggi, ai vespasiani, ai cestini della spazzatura, per finire con il controllo dell’ordine pubblico). Probabilmente, di questo ne soffrono anche gli stranieri. Naturalmente Roma è bella a prescindere, ma non ha senso fermarcisi troppo, basta una toccata e fuga. Se l’unica cosa che fa la differenza è il Colosseo, che si veda quello e addìo.

Tutto ciò è una normale dinamica del mercato o dietro c’è qualche cosa di diverso, che ci riguarda tutti, anche quelli che non si occupano di commercio? E se è il “mercato” a spingere in questa direzione, che cosa si può fare più che prenderne atto? Che sia il mercato ne sono convinti in molti, per esempio le organizzazioni degli artigiani di cui parlava l’articolo di Repubblica, che pensano, per ovviare il problema, alla creazione di cittadelle dell’artigianato (lo stesso sindaco ragionava se non farne una presso le caserme di Prati). Ma ne siamo poi così sicuri che l’unico esito possibile sia questo?

Gli economisti per ragionare di queste cose parlano di “costo-opportunità”, riferendosi al maggior costo che si sostiene per fare una certa cosa piuttosto che un’altra, ad essa alternativa. A Roma, evidentemente, i padroni delle botteghe decidono di cambiare destinazione d’uso perché per loro ci sono alternative migliori. Un impagliatore di sedie fa un’attività che, probabilmente, non gli dà margini tali da pagare affitti spropositati. Ma il gestore di un bar, o di un “ristopub” che può mettere un numero spropositato di tavolini all’aperto pagando cifre irrisorie – se paragonate al guadagno potenziale – può permettersi di pagare di più. Siamo proprio convinti, quindi, che sia il mercato che fa assomigliare certe nostre bellissime piazze a cine-arene estive, per via delle distese di sedie?

Libero mercato? Certamente, ma che si basa sull’occupazione di intere piazze pubbliche, e bellissime, a scopi privati e a costi risibili (dato il contesto: qual è il vero costo per l’occupazione di suolo pubblico al centro di Roma?). E non è che la cosa riguardi solo il settore della ristorazione. La circolazione di pullman turistici è pressoché senza limiti. Lo spazio di tutti viene preso per dar modo di funzionare a un sistema di trasporto inefficiente. Benefici privati e costi pubblici. E non è roba da poco, visto che si parcheggia in piazze stupende, di fronte a monumenti che tutti ci invidiano. Insomma, il mercato può piacere o meno, ma non è detto che sia solo questo. Sicuramente non è questo scambio di piccoli e grandi rendite ricavate dalla gestione di un patrimonio pubblico eccezionale.

Non siamo né contro la movida, né contro il libero mercato. Ci piacciono entrambe le cose. I bar facciano i bar e non diventino mense avventizie all’aperto. Se c’è domanda per più bar, se ne aprano di nuovi, tutti però rispettosi degli ovvi limiti e del fatto che non si possono scaricare i disagi delle proprie attività sugli altri, specie senza alcuna forma di compensazione. Né pensiamo che la risposta sia in piani del commercio fatti apposta per essere aggirati. Perché, il vero problema, è che nessuno controlla e, come abbiamo capito dai commenti di alcuni urbanisti, la politica oltre alle norme, non realizza politiche adeguate. Comunque, se almeno le regole esistenti fossero fatte rispettare e applicate con sagacia, staremo già un passo avanti (per esempio, facendo rispettare divieti di sosta, pensando piani pullman efficaci, rispettando i pedoni e le piazze nel rilasciare licenze per l’occupazione di suolo pubblico). Ma, per favore, non prendiamocela con i commercianti: fanno quello che è possibile, fanno ciò che è permesso. Anche i proprietari immobiliari del centro, potrebbero avere più “responsabilità sociale”. Ma, certamente, devono valorizzare il loro patrimonio, è questa la loro mission.

Il grande economista dello sviluppo Paul Streeten diceva che un mercato forte ha bisogno di uno stato forte. Pensando a Roma, si può dire che è il sistema di incentivi che determina la situazione corrente. E non è l’unico sistema possibile, né l’unico auspicabile. Forse, la classe politica romana dovrebbe sentirsi più responsabile di queste cose. L’appropriazione privata della bellezza pubblica (delle nostre piazze e della nostra città in generale) ricorda le enclosures di cui parlava Marx. Allora si rese possibile l’accumulazione originaria del nascente capitalismo e si creò, così, la potenza industriale dell’Impero Britannico. Ecco, i nostri amministratori, dovrebbero spiegarci che cosa di analogo hanno in mente…

(Andrea Declich)

2 commenti

Archiviato in economia, Roma, urbanistica

2 risposte a “Parliamo ancora di rendita: “le enclosure de noantri”

  1. batman

    Sono appena rientrato da parigi dove, a proposito di enclosures e di uso degli spazi pubblici, praticamente non esistono caretlloni pubblicitari, nessun cafè si azzarda a debordare di un centimetro dagli spazi concessi e, soprattutto (almeno in gran parte del centro città) non ho visto una sola scritta sui muri. Fenomeno ancor più signifiactivo se si pensa che non esistono neanche le microscritte. Mi spiego: alle tuileries, giardini pubblici, attorno alle fontane ci sono delle sedie di metallo (numerose) per chi vuole prendere il sole, che possono essere spostate. Materiale altamente a rischio quindi. A parte il fatto che non ce ne è una, dicasi una, con un bracciolo rotto o storto, non presentano neanche i tag a pennarello tanto cari ai nostri adolescenti. Ora, visto che gli adoscelenti sono uguali in tutto il mondo, un qualche sistema ci dovrà pur essere per garantire un decoro di questa portata.
    Vabbè, mi fermo qui, tanto il paragone con parigi è perdente per definizione.
    L’articolo è ottimo.

  2. Pingback: Ciò che è buono per i romani è buono per Roma, turismo incluso | Italia2013

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